Teoria della Classe Armata e caso Baud
Lettera a Giacomo Gabellini sulla puntata "Samuel Huntington aveva visto giusto"
di David Colantoni
Caro Gabellini,
ho visto la interessantissima puntata “Samuel Huntington aveva visto giusto” con Jacques Baud del 28 Agosto 2026 sul tuo canale Il Contesto. (per chi ci legge: Baud è un ex colonnello dello Stato Maggiore svizzero, ex agente dell'intelligence strategica ed esperto di affari militari per l'ONU e la NATO, ma soprattutto un analista oggi finito sotto il maglio di una sanzione totale da parte dell'Unione Europea: congelamento dei beni ed esclusione bancaria senza processo e senza reati contestati).
Ti scrivo quanto segue poiché, oltre che un analista geopolitico di primo ordine che seguo da anni, sei anche un raffinato intellettuale autore di importanti libri. Nella puntata partite dall’operazione americana Economic Outcast annunciata da Scott Bessent: strangolare l’Iran, escludere dal dollaro chi ne agevola il petrolio e i circuiti finanziari, «tolleranza zero» verso il regime. Teheran replica di essere pronta e di prevedere un’altra sconfitta statunitense. Subito dopo il piano si sposta sul corpo di Baud. Sanzionato dall’Unione europea da metà dicembre, senza processo e senza reato contestato in sede giudiziaria, racconta lo stato presente della misura: avvocati in trattativa con Bruxelles; regime rivisto a scadenze fisse; deroga umanitaria ottenuta a febbraio, scaduta a fine giugno, rinnovata sulla carta dal ministero belga e ancora senza firma; banche che, anche a documento firmato, impiegano settimane ad applicarlo. Da luglio non ha accesso al conto. Non può comprare cibo. Vive grazie a una rete informale a Bruxelles. Sul marciapiede lo fermano sconosciuti: non per aderire a Mosca, ma per dire che la punizione è ingiusta. La sua visibilità, dice, è cresciuta perché è stato sanzionato.
A un certo punto, verso il minuto 21, sei tu a fissare il quadro con una frase che, per me, tiene insieme l’intera puntata:
«C’è una divaricazione impressionante per cui l’Unione europea si muove come un pilota automatico di cui non si capisce bene chi c’è a capo, mentre la popolazione rimane attonita e comincia — anche il cittadino più disinteressato, più passivo — ad accorgersi che comunque questa macchina infernale è qualcosa di completamente uscito da qualsiasi controllo e (…) pare che abbia imboccato un piano inclinato, una discesa inarrestabile.»
Da lì l’intervista diventa una diagnosi dello strumento. Baud sostiene che governi e Unione ragionano in modo lineare — più sanzioni, più danno al nemico — e ignorano l’asimmetria. Le misure colpiscono più le filiere europee che Russia o Iran: cereali, frutta, formaggi, mercati persi, stimolo all’autarchia altrui. Le uniche sanzioni universali sarebbero quelle dell’ONU; quelle americane ed europee hanno militarizzato il dollaro e educato il resto del mondo a uscirne. Soprattutto, la diplomazia è stata sostituita dalla coercizione. Si è smesso di dialogare anche col nemico.
Baud fa un esempio che merita di restare esplicito, perché molti ascoltatori lo sentono passare solo come una sigla enigmatica. Il 1° settembre 1983 un caccia sovietico abbatté sul cielo di Sachalin il volo civile Korean Air Lines 007, un Boeing 747 diretto a Seul che aveva sviato la rotta ed era entrato nello spazio aereo dell’URSS. Morirono 269 persone, tra cui un congressista americano. Fu uno dei momenti più duri della Guerra Fredda: accusa di barbarie da una parte, tesi dello spionaggio e dell’errore della difesa aerea dall’altra. Eppure — ed è questo che Baud sottolinea — nemmeno quella strage cancellò le relazioni diplomatiche. Lo stesso vale, nel suo ragionamento, per l’ingresso sovietico in Afghanistan. L’Occidente sapeva restare ostile senza cessare di parlare. Oggi si negozia un giorno e poi si chiude tutto.
Il quadro si allarga all’illusione di potenza: l’Iran non è l’Iraq del 1991; Cina e Russia hanno risorse complementari; le monarchie del Golfo hanno capito che la presenza americana protegge Israele più di loro; il dollaro e la garanzia militare, i due pilastri dell’egemonia, si indeboliscono insieme. Chiudete sul punto decisivo: si entra in guerra e in embargo su percezioni, non su fatti. L’Occidente non comprende i Paesi che pretende di piegare, e perciò perde una campagna dopo l’altra.
Per me la puntata non è un dibattito sull’Iran. È la radiografia di un Occidente che, nel proprio perimetro civile, infligge pene senza giudizio, automatizza la forza economica, danneggia la propria società produttiva e chiama tutto questo strategia. La tua immagine del pilota automatico dice la stessa cosa senza vocabolario teorico: una macchina che procede da sola, un capo che non si vede, una popolazione che comincia ad accorgersene. Ciò che vi appare irrazionale è il materiale stesso di ciò che ho esposto in Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare.
Ti scrivo non per un complimento di circostanza. Ma la vostra conversazione, forse senza volerlo, mette in scena con rara nitidezza il fenomeno a cui ho dedicato gli ultimi anni di lavoro, e che in quel libro ho tentato di nominare. Quello che a un orecchio civile appare irrazionale — sanzionare un uomo senza processo, firmare liste senza conoscere i fascicoli, chiudere il dialogo e chiamare «politica estera» l’embargo, colpire le proprie filiere per «punire» Mosca o Teheran, militarizzare il dollaro e poi stupirsi della de-dollarizzazione — cessa di essere un enigma se si abbandona un presupposto falso: che l’attore razionale dell’Occidente sia ancora la società produttiva, la borghesia civile, lo Stato illuminista che usa la forza come extrema ratio.
Non lo è più. In Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare sostengo che, dentro il perimetro storico della civiltà illuminista occidentale, non in tutto il mondo, a partire dalla professionalizzazione degli eserciti si è costituita una neo-classe. Essa non vive dei mezzi di produzione, ma dei mezzi di distruzione e della preparazione permanente alla loro messa in opera. L’ho chiamata Classe Armata. Il suo ciclo non è quello capitalistico classico Denaro–Merce–Denaro accresciuto. È Potere–Denaro–Pluspotere. Il potere militare e securitario preleva ricchezza pubblica in nome della difesa; quel prelievo produce più apparato, più mandato, più capacità di vincolare la politica civile. Le dinamiche borghesi non comandano più quella macchina: la alimentano. Il «pilota automatico» di cui parli al minuto 21 è proprio questo: non l’assenza di potere, ma un potere che non risponde più al cittadino e procede secondo la propria inerzia.
Per questo la puntata è preziosa. Non è un’applicazione della mia tesi, e Baud non sta dimostrando Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare. È un’altra cosa, e per me più interessante: una convergenza potente. Voi ragionate da cronaca strategica e da esperienza vissuta della sanzione. Il libro ragiona da teoria della classe e del perimetro illuminista. Due percorsi distinti che, sui fatti decisivi, si incontrano. Baud descrive sintomi. Tu, in quella battuta, nomini la forma della macchina. Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare tenta di nominare il soggetto che rende quei sintomi necessari. Dove i due discorsi convergono, ciò che sembrava irrazionale diventa leggibile.
Primo. La sostituzione della diplomazia con le sanzioni non è un calo di qualità della classe dirigente, come se ieri ci fossero i Metternich e oggi gli incompetenti. È un cambio di strumento dominante. Il dialogo chiude i conflitti. Chi vive di conflitto, di allarme, di liste, di compliance, di «tolleranza zero», di cappio finanziario, non ha interesse a chiuderli. Bessent che presenta l’Economic Outcast come scelta tra America e Iran; Baud che ricorda Nixon in Cina e, soprattutto, il fatto che dopo l’abbattimento del KAL 007 e dopo l’Afghanistan si continuò a parlare con Mosca; tu che osservi l’automazione europea delle liste: è lo stesso processo, visto dai due capi della storia recente. Nel perimetro illuminista la forza doveva restare res communis nella res publica, sotto controllo civile. Oggi il mezzo coercitivo — militare, intelligence, Tesoro, banche, consessi UE — ha acquisito autonomia e ha ridotto la politica a ratifica. Il contrasto col 1983 è impietoso: allora una strage aerea non bastò a uccidere la diplomazia; oggi basta un nome su una lista. Il pilota automatico non ha bisogno di conoscere il fascicolo. Gli basta la lista.
Secondo. Il caso personale di Baud è esemplare. È un provvedimento politico-amministrativo, non una sentenza. Ministri che non conoscono il dossier, una deroga umanitaria rinnovata e non firmata, banche che applicano mesi dopo, un uomo che non può comprare da mangiare in una capitale europea. Qui non serve il Pentagono in parata. Servono quelli che in Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare chiamo ausiliari civili della Classe Armata: diplomazie, ministeri finanziari, apparati sanzionatori, uffici di conformità. Il monopolio della violenza legittima, in Occidente, si esercita sempre più così: esclusione dal circuito monetario. È violenza di Stato senza campo di battaglia e senza giudice. Per la civiltà che si pretende erede dell’Illuminismo è una contraddizione insanabile. Per una classe che accumula plus-potere tramite la gestione del nemico, è routine.
Terzo. L’effetto boomerang sulle nostre economie non è un errore di calcolo. Baud ha ragione sui cereali, sui formaggi, sulle mele, sull’autarchia russa e sulla resilienza iraniana. Ha ragione anche quando dice che i governi ragionano in modo lineare: più sanzioni, più danno al nemico. Quella linearità è la razionalità dichiarata. La razionalità effettiva, che il libro tenta di isolare, è un’altra. Se l’unità di conto non è il surplus delle classi produttive, ma il pluspotere di chi amministra la minaccia, una misura che impoverisce i contadini europei e rafforza l’apparato sanzionatorio può essere, per quest’ultimo, un successo. Il capitale civile diventa bancomat. La «sconfitta» commerciale non interrompe il ciclo: lo alimenta, perché giustifica la stretta successiva. Anche questo è il piano inclinato di cui parli: non un incidente, una pendenza.
Quarto. La percezione popolare di ingiustizia, che Baud registra ogni giorno sul marciapiede di Bruxelles, e che tu descrivi come il risveglio anche del cittadino più disinteressato e più passivo, non è un dettaglio umanitario. È il segnale che il vecchio patto illuminista si è rotto visibilmente. La gente può non essere «prorussa». Può respingere la propaganda di Mosca e tuttavia riconoscere che una punizione senza reato, inflitta da un consiglio di ministri che non ha letto il caso, non appartiene più allo Stato di diritto. Non ho bisogno che Baud si dichiari d’accordo sulla categoria di classe formulata in Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare. Mi basta questo fatto, che la tua frase al minuto 21 formula meglio di qualsiasi schema: all’interno del perimetro occidentale la coercizione ha smesso di apparire legittima persino a chi non condivide la geopolitica del sanzionato.
Qui entra in gioco ciò che nel libro chiamo Lotta di Classe Asimmetrica. La lotta è asimmetrica perché un lato espropria e non lo chiama lotta, l’altro resiste e non lo chiama antagonista. Le triangolazioni per aggirare le sanzioni sono un esempio forte, perché mostrano la borghesia che difende il proprio circuito commerciale contro il mezzo coercitivo, senza nominare una classe. Non è adesione politica a Mosca o Teheran: è autodifesa del capitale civile. La Classe Armata non proclama una guerra sociale: firma liste, stringe cappi, parla di difesa e di tolleranza zero. La borghesia civile non si riconosce ingaggiata: registra «errori», «esagerazioni», «un’Europa uscita di controllo», come se si trattasse di incompetenza o di pilota senza pilota. Non nomina l’antagonista perché non ne ha ancora il concetto. Il passante di Bruxelles vede l’ingiustizia; il produttore europeo vede i mercati persi; né l’uno né l’altro vedono una classe che si riproduce su quei gesti.
La popolarità che cresce perché si è sanzionati, e lo stupore di chi si accorge della macchina, sono, insieme a residui incombusti della Società dello Spettacolo, l’asimmetria resa visibile: più pressione non produce obbedienza, produce delegittimazione. La Classe Armata ragiona come se il silenzio dell’avversario fosse consenso. È soltanto inconsapevolezza. La popolazione attonita è già un dato politico. Non è ancora coscienza di classe della borghesia. È il luogo in cui quella coscienza, se verrà, dovrà formarsi.
Quinto. Attenzione a non spostare il fuoco sull’Iran o sulla Russia come se Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare spiegasse loro. Non è questo il mio oggetto. Non costruisco una sociologia universale di ogni Stato armato. Delimito il perimetro storico della civiltà illuminista occidentale: lì la borghesia aveva impiegato secoli a sottrarre il monopolio della violenza all’ordine guerriero e a farne funzione cittadina; lì quel monopolio è stato restituito a professionisti della guerra e della sicurezza, con i loro apparati civili. L’Iran di Baud — resilienza religiosa, prova, capacità intellettuale, ecosistema staccato dal dollaro — sta fuori da quel perimetro, o sul suo bordo. Serve a mostrare il fallimento dello strumento occidentale, non a specchiare una «Classe Armata» teocratica. Anzi: proprio perché Teheran e Mosca possono reggere l’assedio, l’Occidente rivela di usare un mezzo che distrugge le proprie premesse civili senza ottenere la resa del bersaglio. La macchina infernale, per usare le tue parole, non è Teheran. È il dispositivo che, da noi, è uscito dal controllo civile.
Sesto. La formula con cui chiudete — gli Stati Uniti combattono senza vincere, la Cina vince senza combattere — è brillante, ma va tenuta sul terreno giusto. Non è il sistema-mondo in astratto. È la crisi di una civiltà che ha scambiato la propria egemonia per una vocazione permanente alla coercizione. Il dollaro militarizzato, le basi che non proteggono più chi dovevano proteggere, le sanzioni che educano il resto del pianeta a uscire dal circuito americano: sono costi per la società occidentale. Sono rendite di funzione per chi, in quella società, esiste per produrre allarme e gestirlo. Sicuramente ricordi i war scares di Lasswell nel suo profetico The Garrison State.
Hai scelto di intitolare il dibattito con Baud Samuel Huntington aveva visto giusto. Ma ben prima che l’autore dello Scontro di civiltà — e lo ricordano in troppi pochi — bisogna capire che Huntington, a cui dedico importanti passaggi nel lavoro, è un’altra cosa, e per Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare è una delle cose decisive.
È uno degli intellettuali di riferimento ( i famosi ausiliari civili della Classe Armata) della professionalizzazione militare americana. Nel 1957, con The Soldier and the State, teorizza l’ufficiale di mestiere come tipo sociale distinto e il «controllo civile oggettivo» come forma sana del rapporto tra politica e forza. Quella teoria è la lingua ufficiale con cui l’Occidente ha raccontato il passaggio dall’esercito di cittadini all’esercito professionale: non nascita di una classe, ma modernizzazione compatibile con la democrazia. Io leggo lo stesso processo dall’altro capo: ciò che veniva presentato come professione è divenuto neo-classe; ciò che doveva restare strumento è divenuto attore.
Lo stesso arco si legge in altri due testi, e non sono parentesi.
Nel 1975 Huntington firma, per la Commissione Trilaterale, The Crisis of Democracy. Lì la diagnosi non è la povertà della partecipazione, è il suo eccesso. Le democrazie occidentali sarebbero divenute ingovernabili perché i cittadini chiedono troppo, contestano troppo, sanno troppo. Occorre ristabilire autorità e prestigio delle istituzioni centrali. The Soldier and the State aveva già separato il militare professionale dal cittadino in armi. The Crisis of Democracy compie il passo successivo: anche il cittadino civile va tenuto a distanza, perché la democrazia «funzioni». È l’epistemologia della governabilità contro la democrazia dei cittadini. Nel mio libro questo non è un’opinione isolata di Harvard: è il clima intellettuale ordito dalla trama di intellettuali simbionti del Pentagono — fra cui il più importante Milton Friedman — in cui la professionalizzazione della forza può presentarsi come riforma, e la riduzione del controllo popolare come condizione di ordine.
Qualche anno dopo, nel 1981, Huntington porta a Johannesburg la stessa grammatica. Nella relazione Reform and Stability in South Africa indica la via della riforma insieme alla repressione, della transizione guidata dalle élite, del conflitto gestito dall’alto. Non serve, e non è accertato in sede documentale stretta, che fosse «consigliere di gabinetto» di P.W. Botha. Basta ciò che è accertato: quella carta diventa una delle lingue con cui il tardo apartheid pensa di sopravvivere senza restituire il monopolio della violenza a una cittadinanza universale. Riforma senza disfare la gerarchia; ordine senza popolo in armi. Di nuovo: professionalizzare, filtrare, comandare il mezzo.
Lo Huntington che il tuo titolo evoca è dunque il nome di un intellettuale che ha accompagnato tre gesti seminali dello stesso cambio di paradigma di civiltà: teorizzare l’esercito professionale come forma sana dello Stato illuminista; teorizzare l’«eccesso di democrazia» come malattia da curare; offrire a un ordine etnico-gerarchico in crisi lo schema riforma-repressione. Lo Huntington dello Scontro di civiltà, quello che chiami in causa con Baud, arriva alla fine di questa catena. Non contraddice i primi due: li prolunga. Quando l’universalismo occidentale non tiene più il mondo, resta la macchina. Il cerchio si chiude proprio nel titolo della puntata. Lo Huntington che nel 1957 legittima la professionalizzazione come coronamento della civiltà illuminista è lo stesso che, dopo la Guerra fredda, registra la frattura del mondo in civiltà. Tu chiami in causa il secondo per leggere Iran, dollaro, Cina, isolamento dell’Occidente. Io lavoro sul primo, perché è lì che si rompe il nesso cittadino–leva–controllo civile della forza. Baud descrive i sintomi. Tu, intitolando a Huntington, nomini la macchina in atto e l’autore che le ha dato la sua prima teoria di sé. Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare chiede chi l’ha resa autonoma: dove i due Huntington si tengono, la nostra convergenza smette di essere soltanto empirica e diventa epistemologica.
Baud continua a chiedere il ritorno al dialogo, alla terminologia tecnica, alla misura. È la voce di un professionista formatosi dentro quegli apparati e poi colpito da essi. Tu, al minuto 21, dubiti che «riformare» l’Unione basti, perché la struttura è ormai consolidata e la discesa pare inarrestabile. La tesi del libro sta da questa parte, ed è più secca della speranza diplomatica. Quel ritorno non è una questione di migliore personale. Finché l’attore che dà le carte nel perimetro atlantico accumula potere attraverso la tensione, ovvero soddisfa i propri bisogni di classe attraverso il caos geopolitico, la diplomazia resterà un intervallo breve tra una sanzione e la successiva, e il pilota automatico continuerà a volare senza che si veda chi è in cabina. Ciò che sembra irrazionale — auto danneggiarsi, isolare senza vincere, punire senza giudicare — è razionale per una classe che non deve vendere merci al mondo, ma deve far sì che il mondo resti una fonte inesauribile di «sicurezza» da finanziare.
Se ti è utile, sono disponibile a discuterne pubblicamente. La tua puntata ha già fatto il lavoro più difficile: ha mostrato i fatti, e in quella battuta ha anche mostrato la forma della macchina. Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare indica e descrive quale soggetto storico renda quei fatti coerenti e come manovri per farli apparire nella pubblica rappresentazione come storicamente necessari.
Un caro saluto,
David Colantoni