Teoria della Classe Armata
Perché l'Occidente spende 2 trilioni di dollari ma ha gli arsenali vuoti
di David Colantoni
«They [Russia] are producing at this moment, ammunition at a level which has not been seen in recent decades. They produce four times as much ammunition as the whole of NATO is producing as we speak.»— Mark Rutte (NATO Official Transcript — Joint press conference, 21 May 2025)— Mark Rutte (NATO Official Transcript — Joint press conference, 21 May 2025)
Tutti ricordiamo le esternazioni del sovraeccitato Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, quando ha dichiarato che la Russia avrebbe raggiunto un passo di produzione industriale di munizioni, missili e droni quattro volte superiore a quello dell’intera industria dei Paesi NATO messi insieme.
L’aspetto straordinario di questa affermazione non sta tanto nel dato contingente, quanto nella totale assenza di verifica logica nel dibattito pubblico. La dichiarazione di Rutte racchiude infatti in sé una grande incoerenza strutturale, prima ancora che comparativa. Solo in seconda battuta, infatti, la grottesca affermazione di Rutte si scontra con la precedente narrazione di propaganda — quella sintetizzata dalle celebri uscite di Ursula von der Leyen sulla Russia ridotta a «smontare elettrodomestici per recuperare chip». L’anomalia primaria, il Corto Circuito Logico con cui il dibattito non ha gli strumenti per fare i conti, risiede nel rapporto tra la spesa ciclopica dell’Occidente e la sua attualmente dichiarata irrilevanza in termini di resa industriale e di depositi bellici.
La domanda che sollevano le sue dichiarazioni è: Com’è matematicamente e logicamente possibile che un singolo Paese, con un PIL pari a una frazione di quello occidentale, riesca a surclassare di quattro volte la capacità produttiva di un’alleanza di 32 nazioni che spende oltre 2.000 miliardi di dollari l’anno?
È proprio questa la Domanda Capitale a cui nessuno sembra saper rispondere: Dove finiscono i due trilioni di dollari che ogni anno i cittadini occidentali versano per la propria Difesa, se di fronte a un conflitto ad alta intensità o a un’escalation regionale ci ritroviamo, a detta degli stessi militari, sistematicamente con i magazzini vuoti e le difese saturate? Perché le nostre scorte di missili non sono venti volte superiori a quelle russe se spendiamo venti volte di più? Come contribuenti sarebbe la prima domanda da porre, senza la cui risposta gli stati maggiori andrebbero messi sotto impeachment. Se rispondiamo a queste domande comprenderemo perché, invece di aver sviluppato il dividendo della pace conseguente alla fine della Guerra Fredda, siamo stati trascinati, e da chi, in una gravissima crisi che ormai minaccia la Terza guerra mondiale.
Il paradosso appare ancora più sinistro se si considera che l’apparato militare statunitense — per noi il nocciolo duro della Classe Armata — ha preteso e ottenuto per decenni oceani di denaro pubblico proprio in nome della fondamentale «Dottrina delle due guerre» (Two-War Construct o Two-Major Regional Conflicts).
Formalizzata dal Pentagono nel secondo dopoguerra e consacrata durante la presidenza Clinton con la Bottom-Up Review del 1993, questa dottrina non era una semplice linea guida tattica, ma il cardine teorico che ha giustificato l’ipertrofia dei bilanci della Difesa: l’esercito americano doveva essere permanentemente finanziato, equipaggiato e strutturato per poter combattere e vincere simultaneamente due grandi guerre regionali ad alta intensità in due teatri geograficamente separati (ad esempio il Golfo Persico e la Penisola Coreana), senza che un fronte compromettesse l’efficacia dell’altro, e mantenendo al contempo un margine di deterrenza globale.
Per quasi quarant’anni, generazioni di contribuenti occidentali hanno finanziato questo mastodontico dispositivo sul presupposto che esso garantisse una ridondanza industriale, logistica e di scorte quasi infinita, capace di reggere l’urto di due conflitti convenzionali paralleli.
Che oggi quello stesso apparato — di fronte a un singolo conflitto d’attrito in Europa e a un’escalation circoscritta in Medio Oriente — si riscopra incapace di sostenere persino la prima di queste ipotetiche guerre, nella sua versione depotenziata di proxy war in Ucraina, rivela la vera natura della Dottrina delle due guerre: non un parametro di reale prontezza operativa, ma un alibi concettuale perfetto per sequestrare quote sempre più imponenti di plusvalore pubblico e alimentare il circuito della propria accumulazione di classe. Immaginiamoci se a tali condizioni l’Occidente dovesse affrontare due guerre vere, con la necessità reale di proteggere milioni di uomini in guerra e con decine di migliaia di morti al mese.
Se un’infrastruttura militare-finanziaria da due trilioni di dollari produce un quarto della resa di un singolo rivale che spende un ventesimo, le risposte non possono essere cercate nell’impreparazione casuale, ma in una assoluta fallacia strutturale della cosiddetta Difesa.
Nel discorso pubblico rivolto alla massa, le cause reali di questa contraddizione vengono meticolosamente taciute: ai cittadini si evita di evidenziare la catastrofica incongruenza, come sarebbe dovere della stampa, e di spiegare dove siano finiti i fondi pubblici, preferendo ricorrere al ricatto morale dell’emergenza permanente e colpevolizzando una presunta «impreparazione del passato» per giustificare ulteriori sacrifici e l’ennesimo aumento dei bilanci della Difesa con cui si vorrebbe correre ai ripari per non danneggiare il beneficiante di questa spesa volatilizzata: la Classe Armata.
Solo quando l’evidenza dei depositi vuoti diventa imbarazzante e impossibile da ignorare, gli analisti di settore, in ambiti ristrettissimi e non diffusi, attingono a un repertorio di giustificazioni «tecnico-aziendali» custodito al riparo dal grande pubblico:
- La composizione del budget: La fetta maggioritaria dei 2 trilioni è assorbita da stipendi, pensioni, privilegi (quelli dei veterani USA superano ormai i 400 miliardi di dollari annui), manutenzione e piattaforme ciclopiche ad altissimo costo (portaerei classe Gerald R. Ford, sottomarini classe Virginia).
- La logica Just-in-Time post-Guerra Fredda: L’adozione di criteri aziendali volti al taglio degli sprechi, che avrebbero smantellato i magazzini perché «tenere missili a deposito costa e i prodotti scadono».
- La complessità e i tempi di fabbricazione: La natura iper-tecnologica dei vettori moderni (Patriot, Storm Shadow, SM-6), che richiedono dai 18 ai 36 mesi per l’assemblaggio.
- L’asimmetria tra consumo e produzione: L’aver progettato dottrine basate su interventi a superiorità aerea e tecnologica totale (Iraq, Afghanistan), rivelatesi inadeguate ai ritmi di una guerra d’attrito.
Queste spiegazioni contabili non sono del tutto prive di fondamento empirico, ma restano epistemologicamente deboli e consolatorie. Esse chiedono di accettare l’ipotesi che le élite politico-militari d’Occidente siano state semplicemente «distratte» o vittime di un abbaglio manageriale durato trent’anni. Se la cittadinanza comprendesse che dopo aver pagato migliaia di miliardi l’apparato ha prodotto il vuoto a causa di scelte gestionali demenziali, la legittimità delle istituzioni crollerebbe. La verità è un’altra: la sproporzione tra spese ciclopiche e depositi vuoti non è affatto un difetto o un fallimento di sistema.
È qui che entra in gioco la Teoria della Classe Armata che ho presentato nel volume prefato da Canfora, Sachs e Stone, come nuovo e indispensabile strumento ermeneutico: essa dimostra che la vacuità degli arsenali è la prova del perfetto e fisiologico raggiungimento dello scopo all’interno di un nuovo paradigma della civiltà occidentale, e non un errore, di cui la politica civile e la pubblica opinione non hanno maturato alcuna consapevolezza.
Assistiamo all’avvento di una neo-classe sociale dominante, formata dal nucleo degli eserciti interamente professionalizzati (con il loro imponente apparato di stipendi, pensioni, carriere e privilegi), dalle compagnie mercenarie e da una vasta galassia di figure civili in simbiosi con l’apparato. È la categoria che ho definito degli «Ausiliari civili della Classe Armata» (trattata nel Cap. V del libro): una sovrastruttura politico-mediatica di cui sono esemplari, nel panorama italiano, figure trasversali come Crosetto, Calenda, Picierno e Minniti; e all’estero personalità come Ursula von der Leyen (già ministro della Difesa tedesco) o Annalena Baerbock, che è stata capace di distruggere e ridefinire l’identità storicamente pacifista del partito dei Verdi tedeschi per emergere come super-falco bellicista, attraverso attacchi sistematici contro la stessa linea del proprio Cancelliere Scholz.
Questa dinamica trova oggi tragica e involontaria conferma negli editoriali più angosciati dello stesso New York Times (si veda The War That Could Swallow the World, 2 agosto 2026), quotidiano simbolo dell’establishment liberal che registra proprio gli effetti della catastrofe logistica bellica e della perdita di controllo politico, ma appare del tutto cieco di fronte alle cause profonde.
1. La grande inversione: dal bene pubblico all’accumulazione di Pluspotere
Come ho esplicitato nel mio libro — riconosciuto da Jeffrey Sachs in prefazione anche come testo di economia politica —, la teoria economica borghese ha sempre concettualizzato la spesa per la Difesa come la semplice produzione di un bene pubblico: il potere civile preleva risorse fiscali dal mercato per acquistare sicurezza, secondo il circuito lineare:
Denaro → Sicurezza
Questo modello, tuttavia, è stato infranto alla radice. Il passaggio dagli eserciti di leva alle forze armate interamente professionali non ha rappresentato una semplice riforma ordinamentale, ma una vera e propria controrivoluzione silenziosa compiutasi attraverso due passaggi storici decisivi, che nella mia teoria identifico come le due grandi Mutazioni dello Stato e della civiltà occidentali.
La Prima Mutazione avviene nel 1961 con l’insediamento della Defense Supply Agency nel cuore del Pentagono: un passaggio chiave che sottrae la pianificazione industriale della Difesa al libero mercato, esonerando la Borghesia dal controllo diretto sui processi produttivi strategici e accentrandoli in una burocrazia militare autonoma.
La Seconda Mutazione si compie nel 1973, quando l’abolizione della coscrizione obbligatoria negli Stati Uniti coincide con la fine del sistema di Bretton Woods. Da questo doppio snodo — il distacco dal soldato-cittadino e lo sganciamento della moneta dalla riserva aurea — emerge definitivamente una nuova classe dominante: la Classe Armata.
Svincolata dal corpo sociale (niente più soldati-cittadini capaci di condizionare o frenare le scelte politiche) e affrancata dal limite fisico della moneta aurea grazie all’emissibilità illimitata di fiat money e debito pubblico, la Classe Armata ha imposto un suo circuito di riproduzione dei propri bisogni che sostituisce, come motore della società occidentale, il vecchio motore del capitalismo codificato da Marx nel classico circuito Denaro–Merce–Più Denaro (D→M→D’) con il nuovo motore del potere militare:
Potere (P) → Denaro Pubblico (D) → Pluspotere (P’)
In questo nuovo schema, la spesa militare D non mira più alla generazione di plusvalore economico artificiale (come nel vecchio schema di mitigazione delle crisi del capitale attraverso il Keynesismo militare), né tantomeno alla vittoria militare in senso classico, ma alla cattura del plusvalore pubblico per la riproduzione autonoma di Pluspotere (P'): accumulazione di capacità decisionale, reti clientelari sovranazionali e totale immunità istituzionale (come dimostrato dal fatto che il Pentagono ormai fallisca sistematicamente da anni gli audit di bilancio senza mai subire tagli o sanzioni).
Da questa prospettiva, la follia denunciata implicitamente dalle cifre di Rutte e dal NYT — sparare un intercettore da 4 milioni di dollari per abbattere un drone da 35.000 dollari — smette di essere un errore di calcolo. È un effetto dell’overcost strutturale necessario alla Classe Armata per la propria riproduzione. Produrre munizioni semplici, economiche e stoccabili in massa genererebbe bassi margini industriali e non accumulerebbe influenza politica prolungata. Al contrario, la produzione limitata di vettori iper-complessi, scarsamente replicabili e a costi astronomici garantisce il massimo rendimento in termini di sequestro del plusvalore e di ricatto strategico permanente alla politica civile.
2. La Politica Anéu Lógou e l’invisibilità ermeneutica del NYT
L’articolo del New York Times del 2 agosto 2026 descrive con contorni quasi patetici la figura del Presidente degli Stati Uniti: un leader adirato con i propri consiglieri, che minaccia attacchi, poi li annulla con un post sui social, prigioniero di un’escalation in Medio Oriente che non riesce a fermare mentre le scorte di Patriot si assottigliano e il Congresso appare del tutto esautorato.
L’osservatore liberal vi legge la fragilità caratteriale di un singolo presidente o l’assenza di un «Piano B». La Teoria della Classe Armata vi individua invece l’esito finale dell’alienazione della politica, degradata e spogliata di reale potere decisionale, ovvero ridotta a dimensione anéu lógou (ἄνευ λόγου, priva di parola e di ragione governativa).
A ciò si aggiunge che la complessità prometeica delle tecnologie belliche e la progressiva sussunzione del capitale privato al potere decisionale della Classe Armata — lo si vede plasticamente nella creazione del Detachment 201 dell’U.S. Army, in cui i vertici delle Big Tech sono stati direttamente arruolati e giurati sotto legge marziale — hanno privato la politica civica delle competenze fondamentali per governare il processo.
Il New York Times guarda l’effetto ma rimuove la causa. Quando un leader civile tenta di interrompere il circuito, si scontra con il metabolismo automatico della Classe Armata. Il politico crede di comandare la macchina; in realtà, la macchina necessita solo che la politica civile non sia in grado di arrestarla.
3. Il Caos Geopolitico come prodotto endogeno
La vulgata economica (compreso l’Indice di Rischio Geopolitico – GPR adottato dalla Federal Reserve) continua a trattare le guerre, i blocchi navali e la saturazione dei mari come «shock esogeni», eventi fortuiti o irrazionali che disturbano la crescita del Capitale.
Questa è la rimozione ermeneutica fondamentale. Il disordine geopolitico permanente non è un fattore esterno: è il principale prodotto endogeno della Classe Armata come singolarità emergente oltre l’orizzonte visibile degli eventi storici, la cui super-gravità curva le traiettorie della politica e del capitale verso i propri bisogni di riproduzione.
Per garantire la propria accumulazione a gradini ascendenti di Pluspotere (P'), la Classe Armata necessita di una guerra infinibile. La vittoria definitiva in un conflitto chiuderebbe il ciclo d’estrazione delle risorse e restituirebbe la parola alla diplomazia o al mercato. La permanenza dello stato di usura, la minaccia del contagio globale e la narrazione mediatico-securitaria che criminalizza ogni compromesso sono invece la condizione indispensabile per:
- Imporre un’austerity permanente alla società civile, trasformando i governi in «super-esattori» che tagliano la spesa sociale per rifornire i bilanci della Difesa.
- Deporre la Borghesia tradizionale dalla sua funzione sovrana, sottomettendola a una vera e propria «mezzadria del capitale» (che ho definito stratocapitalismo).
Conclusione
Tornare alla Domanda Capitale rivela la risposta che il sistema cerca disperatamente di celare. I magazzini dell’Occidente non sono vuoti per una svista dei pianificatori logistici o per la presunta ingenuità della logica Just-in-Time.
Sono vuoti perché la funzione costitutiva dell’arsenale moderno non è mai stata quella di giacere nei depositi pronta al combattimento per proteggere la società civile e vincere fulmineamente guerre, ma quella di alimentare un ciclo di overcost strutturale disaccoppiato da ogni reale efficienza bellica, volto unicamente alla riproduzione autonoma di chi lo gestisce. Naturalmente, nelle 560 pagine del volume — a cui rimandiamo il lettore per una trattazione esaustiva — un imponente apparato documentale e bibliografico (con oltre ottocento titoli di riferimento) fornisce il necessario supporto scientifico e analitico a queste tesi, che in questa sede, per inevitabili ragioni di spazio, possono essere enunciate solo nei loro tratti essenziali.
È per questo stesso meccanismo che i bisogni di riproduzione della Classe Armata — una classe costituitasi «in sé» ma del tutto priva di «coscienza di classe», cieca rispetto alle conseguenze sistemiche del proprio operare — hanno innescato l’espansione entropicamente disordinante della NATO, spingendola fino allo scontro frontale con la placca geopolitica eurasiatica della Russia e minacciando di fare lo stesso con quella asiatica della Cina. In questa stessa logica cieca, l’apparato si è gettato a capofitto nella finestra di espansione aperta dall’innesco israeliano della guerra con l’Iran: un’escalation devastante che una politica civile dotata di reale sovranità avrebbe categoricamente rifiutato, ma in cui la Classe Armata si è opportunisticamente inserita per nutrirsi dell’ennesimo teatro d’usura.
Proprio a causa di questa strutturale inconsapevolezza, la Classe Armata è del tutto incapace di governare o preservare l’ecosistema politico ed economico da cui preda risorse. Si configura così non come un garante della difesa, ma come un fattore patogeno gravissimo: una minaccia sistemica e totale per la sicurezza e la sopravvivenza delle stesse società nel cui seno è emersa.
Rimanere ancorati alle spiegazioni contabili o credere alle narrazioni emergenziali dei grandi quotidiani significa rimanere ciechi di fronte a questa nuova singolarità storica. Fintanto che la Politica non troverà la forza concettuale per disarmare le pretese della Classe Armata, di cui è ermeneuticamente all’oscuro, la spesa militare continuerà a salire verso le stelle mentre la sicurezza reale dei cittadini crollerà a zero, trascinando il mondo sull’orlo di un’escalation che nessuno, da Washington a Bruxelles, ha più la facoltà o il potere di fermare.