TERMINAITOR
Il terrorismo sull’AI serve a difendere il capitale USA, ma l'asse BRICS-Cina rischia di rompere questo monopolio
di Oscar Monaco
Ve la semplifico all’osso: il terrorismo recente sull’intelligenza artificiale, quello secondo cui “ci ucciderà tutti entro il 2030”, serve a fottervi i soldi che state mettendo nei fondi pensione.
Perché se gli interessi sui titoli di Stato americani superano una certa soglia, diciamo il 5%, i rendimenti attesi dagli investimenti nei colossali progetti di sviluppo dell’AI, da Anthropic a Nvidia fino a tutta la filiera finanziaria che vive sulle aspettative di crescita futura, rischiano di ridimensionarsi brutalmente. Il capitale comincia a chiedere rendimenti più immediati, il denaro diventa più costoso, le valutazioni fondate su profitti futuri e promesse tecnologiche si sgonfiano e allora bisogna rallentare i flussi, raffreddare l’entusiasmo, creare paura e convincere una parte degli investitori a non uscire troppo rapidamente dal grande casinò dell’intelligenza artificiale.
Non è necessario immaginare una cabina di regia dove qualche multimiliardario americano ordina ai giornali di gridare all’apocalisse. Il capitalismo funziona in modo assai più semplice e assai più impersonale: interessi materiali convergenti producono narrazioni convergenti, e quando una montagna di capitale ha bisogno che qualcuno continui a credere nel futuro, il futuro diventa alternativamente una promessa messianica o una minaccia terminale, a seconda di ciò che serve in quel momento ai mercati.
Il problema vero, però, è che ai Paesi emergenti potrebbe non fregare un cazzo delle sorti di qualche multimiliardario americano e potrebbero decidere di seguire la Cina, che nell’ultimo vertice BRICS ha proposto una forma di sviluppo collettivo dell’intelligenza artificiale, mettendo a disposizione infrastrutture, cooperazione tecnologica e accesso condiviso a una delle principali forze produttive del prossimo ciclo storico.
Nei Grundrisse Marx intuiva che, con lo sviluppo del capitale fisso, la conoscenza sociale, la scienza, la tecnica e l’organizzazione collettiva del sapere tendono a incorporarsi sempre più direttamente nei mezzi di produzione. La macchina non è più soltanto un utensile nelle mani del lavoratore, ma diventa una forma condensata di sapere sociale, di lavoro passato, di intelligenza collettiva trasformata in potenza produttiva. Il capitale, però, tende a presentare questa potenza sociale come proprietà privata, come monopolio di chi controlla le infrastrutture, i brevetti, i dati, i semiconduttori, i modelli e i flussi finanziari necessari a farla funzionare.
L’intelligenza artificiale è esattamente questo passaggio portato a un livello superiore: una quota crescente di conoscenza sociale viene cristallizzata nel capitale fisso e resa operativa dentro sistemi produttivi che possono aumentare enormemente la produttività del lavoro, ma che, finché restano sotto il controllo di pochi gruppi finanziari e tecnologici, vengono utilizzati soprattutto per concentrare rendite, comprimere il lavoro e alimentare nuove forme di dominio.
La novità è che, per la prima volta, il vettore di una rivoluzione capitalistica di portata generale non è un monopolio dell’Occidente. Se la Cina riuscirà a proporre un modello di sviluppo tecnologico condiviso e se i Paesi emergenti sceglieranno di partecipare a quel processo invece di restare agganciati al cadavere finanziario statunitense, gli effetti potrebbero essere enormi, perché la diffusione delle forze produttive modifica i rapporti di forza, apre spazi di autonomia e rende molto più difficile per una potenza in declino imporre al resto del mondo il proprio monopolio tecnologico, finanziario e geopolitico.