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Articolo

La Terra Promessa (ai latitanti)

di
Francesca D'Amato
Francesca D'Amato

Militante e studentessa di Cooperazione Internazionale. Le ingiustizie mi fanno arrabbiare.

14 ottobre 2026

Legge del Ritorno: Israele sta diventando un rifugio per criminali internazionali?

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Andrés Roemer, ex ambasciatore del Messico all’UNESCO, viene accusato di abusi sessuali da più di sessanta donne. Lascia così il Messico per rifugiarsi Gerusalemme, dove ancora oggi si trova agli arresti domiciliari. Poi c’è Malka Leifer, un caso ancora peggiore: direttrice di una scuola femminile ultra-ortodossa a Melbourne, abusa di diverse studentesse. Quando nel marzo 2008 arrivano le prime accuse, i vertici della scuola pensano bene di orchestrare la sua fuga verso Israele. La donna, per oltre dieci anni, finge di essere malata di mente pur di non affrontare il processo. Il blocco dell’estradizione non è stato un caso, ma il risultato di un’ingerenza politica ai massimi livelli che ha visto la complicità di Yaakov Litzman, allora viceministro e poi ministro della Salute israeliano, leader storico del partito ultra-ortodosso Yahadut HaTora.

E questi solo due esempi degli innumerevoli casi che hanno fatto guadagnare a Israele la nomea di “rifugio per criminali e stupratori” Ma com’è possibile tutto questo? Semplice: Israele concede la cittadinanza a chiunque abbia discendenza ebraica con una facilità estrema; e quella cittadinanza, incrociata con la legge sull’estradizione, diventa uno scudo.

L’entità sionista non esisterebbe oggi per come lo conosciamo senza la celebre “Legge del Ritorno” promulgata nel 1950, appena due anni dopo la sua fondazione. La Legge del Ritorno — che sarebbe più onesto chiamare “legge di insediamento coloniale” — offre la cittadinanza israeliana a chiunque abbia discendenza ebraica, rifacendosi alla tradizione halachica – madre ebrea o convertito -, inizialmente senza condizioni.

Nel 1954 arriva il primo emendamento: niente cittadinanza per chi è impegnato in “attività contro il popolo ebraico”, rappresenta un pericolo per la salute o la sicurezza pubblica o per chi ha un passato criminale tale da mettere a rischio il benessere pubblico. Dunque, almeno in linea teorica, certi casi non dovrebbero verificarsi.

Nel 1970 si aggiunge la definizione giuridica di “ebreo”, un passaggio decisivo che chiarisce l’ambito senza modificare gli emendamenti precedenti. Nel 2023 la Corte Suprema stabilisce che il diritto di “aliyah” — letteralmente “ascesa”, termine chiave usato dal sionismo dalla fine del XIX secolo — vale anche per i vedovi non ebrei dei figli e dei nipoti di ebrei, ma decade se si risposano con un non ebreo. Tutt'oggi la cosiddetta “clausola del nipote” è al centro di un aspro dibattito in Israele, tra la destra religiosa che denuncia lo svuotamento di senso della legge originaria e coloro che la sostengono nell'ottica di rafforzare il progetto sionista.

Non solo un diritto, ma un caloroso invito.

Chi fa aliyah ha diritto al Sal Klita, un pacchetto che nel 2026 vale per un singolo circa 18.000-20.000 shekel in dodici mesi, più un aiuto affitto tra 1.200 e 2.900 shekel al mese per il primo anno, al quale aggiungere corsi di ebraico gratis, esenzioni doganali e molti altri servizi generosamente offerti dagli amichetti di Israele, in particolare zio Sam. E per chi si stabilisce nelle colonie in Cisgiordania, in cinquantotto insediamenti, c’è una riduzione fiscale fino al 7% sul reddito, tetto di 10.000 shekel l’anno.

Ma cosa dicono i sionisti a proposito? L’associazione “Sette Ottobre” afferma che la Legge del Ritorno rappresenta “il cuore giuridico della definizione di Israele come Stato ebraico”, che “nessun altro Paese al mondo fonda la propria politica migratoria su un criterio etno-nazionale così esplicito”, ma che “pochi Stati nascono con un mandato storico paragonabile: offrire rifugio a un popolo disperso e perseguitato”. La Jewish Virtual Library aggiunge che, se Israele lasciasse tornare tutti nel suo territorio, sarebbe “un atto di suicidio”, e nessuno Stato può essere tenuto a distruggersi da solo.

Queste frasi risultano particolarmente rivelatorie: ammettono che si tratta una politica migratoria senza pari, su base etno-nazionale; e chiariscono che vale in una direzione sola. Ai palestinesi è negata, ovviamente. Mica credono alla favoletta dei due popoli e dei due Stati che tanti in Occidente continuano a raccontare.

La legge sull’estradizione: un incrocio perverso

Prendiamo ora questa legge razzista e teologica, unica nel suo genere, che butta tutto dentro per colonizzare il più in fretta possibile il territorio palestinese... e incrociamola con una peculiare rigidità in materia di estradizione. La Legge sull’Estradizione è del 1954, stesso anno del primo emendamento alla Legge del Ritorno, e il suo principio cardine è tanto semplice quanto radicale: Israele non consegna i suoi cittadini.

La norma chiave sta nella Sezione 1°, introdotta con un emendamento del 1978. Dice, in sostanza: un cittadino israeliano non può essere estradato, salvo per un reato commesso prima di diventare cittadino israeliano. Se il reato è stato commesso dopo l’acquisizione della cittadinanza, l’estradizione è bloccata. Israele si riserva il diritto di giudicare i propri cittadini, non di consegnarli.

Menachem Begin, allora primo ministro, sostenne questa norma con una motivazione che sa molto di piagnisteo: evitare che uno Stato ebraico consegnasse ebrei a tribunali stranieri, sulla scia delle persecuzioni subite dal popolo ebraico. L'emendamento creò una lacuna sostanziale e imbarazzante rispetto agli obblighi internazionali di Israele. Non che sul resto se la cavi bene, sia chiaro.

La legge prevede una scappatoia solo apparente: un cittadino israeliano può essere estradato se lo Stato richiedente si impegna a processarlo e, in caso di condanna, a rimandarlo in Israele per scontare la pena. Molti Paesi però non accettano di processare qualcuno sapendo che, se condannato, dovranno rispedirlo a casa, e come risultato nella maggior parte dei casi, l’estradizione di un cittadino israeliano resta impossibile.

Quando invece la persona non ha cittadinanza israeliana, è necessario un accordo di reciprocità: deve esistere un trattato bilaterale o multilaterale tra Israele e lo Stato richiedente, requisito non scontato che può allungare i tempi in maniera considerevole, proprio come nel già citato caso del Messico, con cui, per l’appunto, non sussistono trattati.

Ultimo ma non meno importante: l’estradizione può essere negata se coinvolge personale militare o di sicurezza, se danneggia la “pubblica politica” o gli interessi dello Stato di Israele: una clausola volutamente ampia e discrezionale, nonché a dir poco losca. Il risultato? “La più grande democrazia del Medio Oriente” è diventata, de facto, un rifugio per gente accusata di crimini gravi all’estero. Lo documentano diverse inchieste giornalistiche; e lo dimostrano i casi da cui siamo partiti.