Torneremo ancora?
Dottoressa in Scienze Internazionali ed esperta di America Latina e sovranità alimentare. Collabora con Capibara Media, La Fionda, Cusano Radio Campus e Punto Critico Blog. Ha lavorato come assistente parlamentare per il gruppo The Left al Parlamento Europeo.
All’indomani delle elezioni brasiliane
Il primo turno delle elezioni brasiliane ci consegna un dato politico che sarebbe un errore ridurre al semplice testa a testa tra Lula e Flávio Bolsonaro. Perché quello che sta succedendo in Brasile è molto più grande: il bolsonarismo non è morto con Jair Bolsonaro. Al contrario, si è riorganizzato, si è moltiplicato e oggi occupa contemporaneamente il Parlamento, i governi statali, le chiese, i social network e una parte sempre più consistente dell'immaginario politico del Paese.
Partiamo dai numeri. Flávio Bolsonaro arriva al ballottaggio con il 47,03%, contro il 45,16% di Lula. Ma la vera fotografia del voto sta nella geografia. Lula domina ancora il Nordeste, dove raggiunge il 63,8%, contro appena il 30,9% di Flávio. Ma il candidato del PL vince in tutte le altre grandi regioni: 49,2% nel Norte, 56,5% nel Centro-Oeste, 51,4% nel Sudeste e addirittura 60,1% nel Sul.
Tradotto: Lula conserva una roccaforte potentissima, ma il bolsonarismo ha allargato il proprio perimetro.
E lo ha fatto anche sul terreno religioso. Gli evangelici sono ormai circa il 27% della popolazione brasiliana e rappresentano uno dei blocchi elettorali più organizzati del Paese. Il messaggio della destra è semplicissimo e potentissimo: Dio, famiglia, ordine, anticomunismo, lotta al PT. Flávio Bolsonaro lo ha utilizzato sistematicamente, trasformando la fede religiosa in una vera infrastruttura politica.
E qui c'è un dato che dovrebbe far riflettere: secondo un sondaggio Datafolha, tra gli evangelici Flávio arrivava al 60%, mentre Lula si fermava al 32%. Tra i cattolici, invece, Lula prevaleva 51% a 39%. E, a quanto pare, gli scandali emersi nei giorni precedenti (caso banco Master) non hanno minimante influenzato le volontà di voto degli elettori evangelici e i cattolici più oltranzisti.
Ma il fenomeno non si ferma alle chiese. Quattro membri della famiglia Bolsonaro sono stati eletti, mentre Flávio è arrivato al ballottaggio presidenziale: l’attuale moglie di Jair, Michelle, al Senato per il Distrito Federal, il figlio Carlos al Senato per Santa Catarina, il figlio Jair Renan alla Camera per Santa Catarina e il fratello Renato alla Camera per São Paulo. Su sette familiari candidati a incarichi legislativi nazionali e regionali, quattro hanno già un posto e un quinto potrebbe diventare Presidente: il bolsonarismo, insomma, è diventato una struttura politica familiare, parlamentare e territoriale.
E contemporaneamente sta crescendo una nuova generazione di destra radicale costruita sui social. Ragazzi e ragazze che fanno politica attraverso TikTok, Instagram e YouTube, spesso utilizzando una comunicazione aggressiva contro il femminismo, contro le politiche di genere, contro i diritti LGBTQ+ e contro quelle che vengono definite, con una certa disinvoltura, le "minoranze". E qui una domanda sarebbe necessaria: minoranze in che senso, in un Paese come il Brasile, dove la maggioranza della popolazione non corrisponde esattamente al modello bianco, maschile e cristiano-conservatore che questa nuova destra pretende di rappresentare?
È una destra che ha capito una cosa molto bene: la provocazione funziona. Funziona sui social, mobilita i giovani, costruisce comunità virtuali e trasforma ogni battaglia culturale in un referendum permanente contro la sinistra.
Poi c'è Trump.
Il Brasile non è un'isola e quello che vediamo rientra in una più ampia ondata di destra radicale che attraversa l'America Latina. Il trumpismo ha esportato un linguaggio politico fatto di nazionalismo, attacco alle élite, guerra culturale, cristianesimo conservatore e ossessione per la minaccia della sinistra. E la destra latinoamericana non solo dialoga sempre più apertamente attraverso questa rete transnazionale, ma si fa copiare le battute, lo stile, i contenuti più estremi. Non dimentichiamo che l’altro figlio di Jair, Eduardo, che si presenta come “esiliato” negli Usa, ha chiesto più volte al presidente Trump di intervenire con sanzioni, dazi e pene severe contro chi ha messo in carcere il padre.
Flávio Bolsonaro ha dichiarato di voler costruire con gli Stati Uniti una partnership strategica sulle terre rare e sui minerali critici brasiliani, proponendo il Brasile come alternativa alla Cina nell'accesso a queste risorse. Una scelta geopolitica enorme.
Lula, invece, ha più volte ribadito la sua postura verso alleanze multipolari, dando priorità ai Paesi BRICS e, di recente il presidente Lula, alla Conferenza ONU ha affermato lapidario che «Il Brasile non sarà il cortile di casa di nessuno».
Allora è inevitabile che la contrapposizione ci mostra due idee differenti del futuro brasiliano: il Brasile vuole diventare il grande fornitore di risorse strategiche degli Stati Uniti oppure vuole utilizzare quelle risorse per costruire autonomia industriale e tecnologica? Perché le terre rare non sono una questione marginale: sono la materia prima della competizione tecnologica e geopolitica del XXI secolo. E decidere chi le controlla significa decidere, almeno in parte, quale posto il Brasile occuperà nel nuovo ordine mondiale.
Ed è qui che emerge una contraddizione forse clamorosa del risultato elettorale. Lula può rivendicare una politica estera di enorme peso: il ritorno del Brasile al multilateralismo, il rafforzamento dei BRICS, il protagonismo nel Sud globale, la diplomazia climatica e amazzonica, una maggiore autonomia rispetto a Washington. Ma evidentemente la politica estera non basta a vincere le elezioni. Perché mentre Lula parla di BRICS, multilateralismo e autonomia strategica, la destra parla direttamente alla pancia dell'elettorato: Dio, famiglia, sicurezza, paura, identità, Trump, Israele, antipetismo. E questa narrazione sembra oggi avere una capacità di mobilitazione molto forte.
L’insuccesso lulista di questo primo turno brasiliano (che consegna un Paese con una maggioranza nettissima dell’estrema destra al Governo, come non accadeva dal 1998: il PL conquista 19 dei 54 seggi del Senato in palio e si avvia a diventare la maggiore forza della Camera alta, con 28 senatori su 81. Anche i governi statali raccontano una storia simile: 20 sono stati decisi al primo turno e il PL ne ha conquistati cinque. Se Lula dovesse vincere il 25 ottobre, si troverebbe comunque davanti un Congresso fortemente spostato a destra) di certo mostra che il presidente uscente – il quale resta fortissimo nel Nordeste ed è arrivato al ballottaggio a meno di due punti da Flávio – ha, ad ogni modo, perso parte del vigore politico con cui era tornato al Planalto e che i suoi successi internazionali non hanno prodotto automaticamente consenso interno.
Infine, c'è il tema delle irregolarità elettorali. Sono circolate testimonianze di persone che sostengono di essersi recate al seggio per scoprire che il loro voto risultava già registrato. La Polícia Federal ha aperto decine di procedimenti per possibili reati elettorali e sta indagando anche su casi specifici legati a dispositivi che avrebbero potuto registrare il voto nella cabina elettronica. Dopo quanto accaduto in altri Paesi (ad esempio in Colombia e in Perù), è legittimo porsi la domanda su eventuali macchinazioni per frodare il voto.
Come più volte è stato affermato in queste settimane, in Brasile non si sta giocando una semplice partita nazionale: il voto finirà per influenzare enormemente l’intera Regione, che Trump sogna di riportare interamente sotto l’egida di Washington.
Il 25 ottobre i brasiliani non sceglieranno soltanto tra Lula e Flávio Bolsonaro, ma tra due idee profondamente diverse di Brasile e di America Latina. Da una parte un Brasile che rivendica autonomia, multilateralismo, BRICS, Sud globale e controllo nazionale delle proprie risorse strategiche. Un Brasile che ha fatto della politica sociale il fiore all’occhiello del programma storico progressista, che vuole chiudere coi centri scommesse e riconosce i diritti di tutti. Dall'altra un Brasile sempre più inserito nella rete internazionale del trumpismo, dove Dio, famiglia, anticomunismo, vicinanza a Israele, sottomissione all’agenda di Washington e lotta al PT finiscono dentro la stessa narrazione politica. Un Brasile bianco, che non riconosce differenze, al servizio dei grandi potentati.
E forse è proprio questo il dato più inquietante del primo turno: il bolsonarismo non ha semplicemente resistito. Ha costruito un sistema. Un sistema fatto di famiglia, chiese, influencer, giovani militanti, parlamentari, governatori e alleanze internazionali. O forse ne ha ripreso uno che esisteva già e che la democrazia, coi suoi limiti ed errori, non è riuscito a far avvertire come un’esperienza da non ripetere. Questo sistema è abbracciato anche da giovanissimi, che ricalcano idee vecchissime su schermi nuovi di zecca.
Lula, che ha accettato di combattere ancora una volta una battaglia che forse avrebbe evitato (ma con una forza e un carisma innegabili), si ritrova adesso a convincere chi è rimasto a casa a concedere un’altra possibilità, a serrare le fila dei suoi, probabilmente a stringere qualche relazione che poi gli verrà rinfacciata. Ad ogni modo, tenere il comando di un Paese così diviso sarà un compito molto arduo.
Ma ci auguriamo di poterne parlare, di nuovo.