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Unità e coerenza: il conflitto che la sinistra non può evitare

di
Alberto Maldarella
Alberto Maldarella

Fisico teorico e ricercatore in Intelligenza Artificiale e Data Scientist. Mi occupo di modellazione, analisi dei dati e sistemi complessi applicati al settore energetico. Al di fuori della ricerca mi interesso di politica, storia e teoria politica, con un’attenzione particolare per le trasformazioni economiche e sociali, l'energia, la transizione ecologica, il diritto all'abitare e il ruolo delle tecnologie nelle democrazie contemporanee. Scrivo per approfondire questi temi con un approccio analitico e interdisciplinare, cercando di mettere in dialogo metodo scientifico e riflessione politica.

14 luglio 2026

L'unità non è un valore autosufficiente, così come non lo è la coerenza assoluta: la politica vive proprio dentro questa tensione

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La contestazione di Potere al Popolo alla manifestazione unitaria di Napoli tra PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra è stata giudicata quasi esclusivamente per le sue modalità. Toni esasperati, momenti di tensione, atteggiamenti che hanno finito per oscurare il contenuto politico della protesta. Eppure, fermarsi alle forme rischia di evitare la domanda più interessante.

La costruzione di un'alternativa alla destra è oggi una necessità evidente. Ma ogni alternativa è chiamata a misurarsi con un problema tanto antico quanto irrisolto: fino a che punto l'unità può prescindere dalla coerenza?
Le obiezioni provenienti da una parte della sinistra radicale vengono spesso liquidate come massimalismo o testimonianza. E certamente esiste un rischio di autoreferenzialità quando la ricerca della purezza programmatica diventa incompatibile con qualsiasi esercizio del governo. Una politica che rifiuta ogni compromesso rischia infatti di trasformarsi in una critica permanente, incapace di modificare concretamente la realtà. Questo, però, non significa che le domande poste siano prive di valore.

Che credibilità ha un'alleanza tra chi si oppone al riarmo e chi ne sostiene acriticamente la cornice atlantica? Che senso ha parlare di redistribuzione della ricchezza se si arretra perfino davanti a una patrimoniale modesta? Che continuità è pensabile con chi ha promosso, dal Jobs Act in poi, le riforme che hanno precarizzato il lavoro? Dove si colloca il punto oltre il quale il compromesso diventa rinuncia? Sono interrogativi politici, non semplici esercizi di identità — e non riguardano una parte sola del campo: chiamano in causa l'intera area che si candida a rappresentare un'alternativa.

Il punto è che esiste una tensione inevitabile tra due esigenze entrambe legittime.
Da una parte c'è la politica come costruzione graduale del possibile. Governare significa mediare, scegliere priorità, ottenere risultati parziali. La storia delle democrazie è fatta soprattutto di avanzamenti incrementali, non di rotture definitive. A questo si aggiunge un vincolo che precede le scelte di merito: la legge elettorale italiana premia le coalizioni, e penalizza chi si presenta da solo. Non è un dettaglio tecnico: è un dato che pesa quanto le convinzioni programmatiche, perché stabilisce in anticipo i margini entro cui la coerenza può essere praticata senza risultare autolesionista. Si può discutere se sia giusto che sia così, ma nel frattempo è una condizione con cui ogni strategia deve fare i conti — non un argomento a favore dell'unità a ogni costo, ma la cornice dentro cui la domanda "fino a che punto" diventa concreta invece che astratta.

Dall'altra parte esiste però il bisogno di un orizzonte. Senza una direzione riconoscibile, il compromesso rischia di trasformarsi in adattamento; senza un'idea di società diversa, l'unità può apparire come una semplice alleanza elettorale priva di significato politico.
L'unità, del resto, non è mai un valore autosufficiente: è uno strumento. Ha senso solo se serve a costruire un progetto capace di incidere davvero sulle disuguaglianze che la giustificano — altrimenti si riduce a chiedere un atto di fede, mentre le contraddizioni restano tutte sul tavolo. Il vero rischio non è soltanto quello del massimalismo. Esiste anche il rischio opposto: quello di considerare il realismo come un valore sufficiente in sé, fino a perdere la capacità di indicare una trasformazione desiderabile.

C'è, in fondo, un atto di fede da entrambe le parti. Anche la purezza programmatica richiede di credere che un cambiamento di sistema arrivi in tempo utile — prima che si esaurisca il tempo di chi aspetta una casa, un lavoro, una cura. Il realismo del compromesso ne richiede uno speculare: che il processo incrementale non si areni nella pura amministrazione dell'esistente, diventando gestione di ciò che già c'è invece che premessa di ciò che ancora manca. Nessuna delle due scommesse è più "razionale" dell'altra: sono due modi diversi di misurarsi con lo stesso tempo storico, e nessuna può dichiararsi vincitrice a priori.
La politica vive proprio dentro questa tensione.

Chi privilegia la coerenza ricorda continuamente ai riformisti che esistono limiti oltre i quali il compromesso svuota il progetto. Chi privilegia la praticabilità ricorda invece ai radicali che senza incidere sui rapporti di forza le idee rimangono aspirazioni.
Nessuna delle due posizioni basta da sola.

La politica non può essere soltanto il racconto di un futuro ideale, perché nel frattempo esistono bisogni immediati — casa, lavoro, salute, reddito — che chiedono risposte nel presente. Ma non può nemmeno ridursi all'amministrazione dell'esistente, perché finirebbe per smarrire proprio quella capacità di immaginare un futuro diverso che giustifica l'impegno politico.

Forse è questo il significato più utile della vicenda di Napoli. Non tanto stabilire chi abbia avuto ragione, quanto riconoscere che anche una contestazione dura, per quanto sgradevole nelle forme, può funzionare da sprone: un'occasione per alzare l'asticella, non adagiarsi, provare a puntare un po' più in là di quanto fatto finora. Il conflitto, in questo senso, non è un incidente di percorso da rimuovere in fretta: è parte del meccanismo che tiene un campo, che pretende di essere alternativo, onesto con se stesso.

Il punto non è stabilire chi abbia avuto ragione a Napoli, ma ricordare che ogni progetto di alternativa deve continuamente tenere insieme due esigenze solo apparentemente inconciliabili: la credibilità del governo e la credibilità del cambiamento.

L'unità non è un valore autosufficiente, così come non lo è la coerenza assoluta. La prima senza la seconda produce conformismo; la seconda senza la prima produce testimonianza.

La politica comincia esattamente nel punto in cui queste due esigenze entrano in conflitto.