Usa-Iran: la fragilità di una tregua fallita in pochi giorni
Il Memorandum è una disfatta colossale per gli Usa: si naviga a vista, in un mare scosso dalla tempesta
di Antonello Sacchetti
“Rigore è quando arbitro fischia”, diceva quella vecchia volpe di Vujadin Boskov, allenatore di calcio jugoslavo, quando i giornalisti provavano a stuzzicarlo alla fine di qualche partita su episodi controversi. Quello sottoscritto il 17 giugno tra Usa e Iran è un accordo di pace? No. E questo è il primo essenziale punto di partenza. Un memorandum d’intesa, una base sui costruire poi un negoziato diretto tra le due parti.
Il memorandum è composto da 14 punti:
- La Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati coinvolti nell'attuale guerra, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d'Intesa, la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano a non intraprendere da questo momento alcuna azione ostile l'uno contro l'altro, né a minacciare o usare la forza reciproca. L'accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.
- Si impegnano a rispettare reciprocamente la sovranità e l'integrità territoriale e ad astenersi da qualsiasi interferenza negli affari interni dell'altra parte.
- Si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo finale entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile previo consenso reciproco.
- Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d'Intesa, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e impediscono qualsiasi interferenza o ostacolo nei confronti della Repubblica Islamica dell'Iran, ripristinando il traffico marittimo alla piena capacità entro un massimo di 30 giorni. Il traffico delle navi dovrà essere proporzionato ai volumi precedenti alla guerra per quanto riguarda l'Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dalla conclusione dell'accordo finale.
- Con la firma del presente Memorandum d'Intesa, la Repubblica Islamica dell'Iran adotterà immediatamente misure per garantire che il traffico delle navi mercantili tra il Golfo Persico e il Mare di Oman, in entrambe le direzioni, torni entro 30 giorni ai livelli precedenti alla guerra, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e neutralizzare le mine.
- Gli Stati Uniti, insieme ai loro partner regionali, si impegnano a elaborare un piano globale, concordato da entrambe le parti, per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell'Iran, garantendo finanziamenti per almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito entro 60 giorni come parte dell'accordo finale.
- Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell'ambito dell'accordo finale, a tutte le sanzioni attualmente imposte alla Repubblica Islamica dell'Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le decisioni del Consiglio dei Governatori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie.
- La Repubblica Islamica dell'Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. Iran e Stati Uniti concordano che il destino del materiale arricchito e tutte le altre questioni nucleari concordate reciprocamente, comprese le esigenze nucleari iraniane, saranno adeguatamente affrontate nell'accordo finale, che confermerà le disposizioni del presente articolo.
- Iran e Stati Uniti concordano che, in attesa dell'accordo finale, manterranno lo status quo: l'Iran manterrà invariato il proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né rafforzeranno la propria presenza militare nella regione.
- Gli Stati Uniti si impegnano, immediatamente dopo la firma del Memorandum e fino alla revoca delle sanzioni, a far sì che il Dipartimento del Tesoro statunitense rilasci deroghe per l'esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e derivati, nonché per tutti i servizi connessi, inclusi quelli bancari, assicurativi e di trasporto.
- Gli Stati Uniti si impegnano, alla luce dei progressi nei negoziati verso un accordo finale, a sbloccare e rendere pienamente disponibili i fondi e i beni della Repubblica Islamica dell'Iran attualmente congelati o soggetti a restrizioni. Tali fondi, detenuti in conti principali o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale stabilito dalla Banca Centrale iraniana e saranno completamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a rilasciare tutte le autorizzazioni e licenze necessarie.
- Iran e Stati Uniti concordano che sarà istituito un meccanismo di attuazione per supervisionare l'applicazione efficace e il rispetto futuro dell'accordo finale.
- Dopo la firma del presente Memorandum d'Intesa e una volta ricevute garanzie sull'avvio dell'attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11, nonché sulla prosecuzione di tali misure, Iran e Stati Uniti avvieranno negoziati sull'accordo finale limitatamente agli articoli rimanenti.
- L'accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Si tratta, a tutti gli effetti, di una disfatta degli Usa e una vittoria clamorosa dell’Iran: non si parla del programma missilistico e sulla questione nucleare si rimane sostanzialmente alla situazione anteguerra. Per cui viene lecito chiedersi a cosa sia servita questa guerra. Hanno cominciato a bombardare l’Iran il 28 febbraio sostenendo la necessità di un regime change e di uno stop definitivo al programma nucleare iraniano (che il 22 giugno 2025 Trump aveva dichiarato di aver obliterato) e si sono trovati a dover negoziare sulla riapertura dello stretto di Hormuz, che fino a due mesi fa era totalmente aperto al transito internazionale. Un fallimento colossale in termini bellici e politici, maturato grazie a una sorprendente capacità bellica della Repubblica islamica, che in due mesi ha di fatto reso innocua la presenza militare Usa nel Golfo. Non meno importante, la capacità della Repubblica islamica di aver creato, già dai tempi della presidenza Raisi, una rete diplomatica che gli ha consentito di uscire dall’accerchiamento politico in cui si trovava da decenni. Emblematico il rapporto con il Pakistan, inedito e grande mediatore tra Washington e Tehran.
La firma del memorandum ha aperto un breve momento di ottimismo: i mercati hanno reagito alla grande, a Teheran hanno riaperto le ambasciate europee, si è intravisto uno spiraglio di pace per tutta l’Asia Occidentale.
Nel giro di pochi giorni la fragilità di questa intesa è venuta fuori in modo netto e preoccupante. Israele ha continuato a bombardare il sud del Libano e ha promesso una nuova guerra contro l’Iran, da avviare presumibilmente prima delle voto di ottobre.
Gli Usa hanno provato più volte a forzare la chiusura dello stratto di Hormuz e ha bombardato postazioni militari della costa meridionale dell’Iran. La risposta di Tehran è stata simbolica ma molto chiara: una eventuale ripresa delle ostilità non spaventa l’Iran.
Dall’altra parte vige il caos più totale. Trump non ha chiaramente una strategia sulla guerra, ma per la guerra. Gli stop and go del conflitto hanno provocato un solo benificio al presidente Usa: un enorme profitto su movimenti i borsa più che sospetti, prova evidente della presenza di insider aggiornati in anticipo sulle mosse della Casa Bianca.
Mentre scriviamo sono in corso a Teheran le cerimonie funebri per la Guida Ali Khameni, ucciso dai raid israeliani lo scorso 28 febbraio. Trump, nella sua terrificante sincerità, ha ammesso che non si aspettava una partecipazione popolare così enorme, perché era convinto che gli iraniani (tutti gli Iranian) odiassero Khamenei. Pochi giorni prima, il suo vice JD Vance, ha ammesso che la tregua serve solo per ridare fiato ai mercati.
In questo contesto assolutamente volatile e irrazionale, è assolutamente impossibile fare previsioni che possono essere smentite un minuto dopo. Si naviga a vista, in un mare che da un momento all’altro può essere di nuovo scosso dalla tempesta.