Venezuela no se rinde - Il Venezuela non si arrende
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Terremoto in Venezuela: la tenuta del processo bolivariano oltre la propaganda
Oltre 150 morti, oltre 1500 feriti, numeri purtroppo provvisori e destinati a crescere nelle ore, probabilmente già pesantemente sottostimati al momento della pubblicazione di questo articolo.
Questo il bilancio temporaneo delle vittime del maxi-terremoto che ha colpito la regione di La Guaira, nel Venezuela settentrionale, a poche decine di chilometri dalla capitale Caracas. Sono state due scosse molto potenti, che dai video trasmessi dai comuni cittadini sui social risultano anche lunghe svariate decine di secondi, una 7.2 e una 7.5 di magnitudo. Subito scattata l’allerta tsunami a seguire in tutta la zona dei Caraibi.
Non bastava l’imperialismo, non bastava il sequestro del legittimo Presidente Maduro e della primera combatiente Cilia Flores, ora anche la natura pretende un suo prezzo e pagarlo sono proprio quei popoli del Sud Globale che più di tutti stanno cercando riscatto.
I video dai social sono terrificanti, un rumore tellurico, che sale dal basso, che distrugge case, palazzi, quartieri residenziali, grattacieli vista mare ridotti in polvere. Le immagini del post-sisma sono ancora più spaventose, si sentono persone piangere disperate, altre correre alla ricerca dei parenti, qualcuno dice “dove è mia zia, lì è casa di mia zia”, intanto sirene di sottofondo, cani che abbaiano in strade impaurite dove tutti corrono alla ricerca dei propri cari.
Come ricorda Geraldina Colotti, il 24 giugno per i venezuelani non è una data comune, ma è l’anniversario della vittoria di Simon Bolivar che affermò così l’indipendenza del proprio paese. Un giorno di riscatto e di festeggiamenti, un giorno simbolicamente molto rilevante per una popolazione che proprio in queste settimane, in questi mesi, sta conducendo una dura battaglia di conservazione del proprio processo rivoluzionario.
In molti in Europa hanno sollevato il ciglio più volte e in molti è sorto il dubbio che tutto fosse ormai perso; il marxismo occidentale si caratterizza per il suo purismo oltranzista pagato sulla pelle da altri, magari che vivono in un esotico altrove di volta in volta pronto ad essere sacrificato sull’altare delle proprie ideologie e delle proprie lotte intestine tra gruppuscoli-setta che poi non incidono realmente nei rapporti di forza del proprio contesto.
I marxisti occidentali sono molto presi a criticare i popoli lontani, rieditando il fardello dell’uomo bianco, salvo poi non far nulla in casa propria, vivendo di chiacchiere, sogni e pensieri, romanticizzando una rivoluzione che viene sempre delocalizzata in un epico tempo alto, in un immaginario altrove.
Mentre quindi tra molti di noi aleggia lo spettro che a Caracas tutto sia perduto, dimenticando la dialettica dei processi storici che il marxismo ci insegna come metodo, il popolo venezuelano e gli altri popoli latinoamericani si sono attivati. Ovviamente c’è in prima fila Cuba, ma si vede anche la grande capacità di tenuta delle classi popolari venezuelane.
Come per Cuba, è sorprendente il grado di tenuta del consenso popolare ai processi rivoluzionari. Da quando Trump ha lanciato la Dottrina Donroe, per rimettere sotto il tallone USA l’America meridionale, i popoli cubano e venezuelano sono stati vessati in ogni modo, sono stati blanditi e tentati, puniti e privati di ogni bene (e in buona parte lo erano già da decenni), ma le grandi insurrezioni attese dal Dipartimento di Stato USA non sono arrivate. Come mai?
Le autorità dei paesi capitalisti valutano l’opinione pubblica rivoluzionaria con i propri canoni, così attendono che ogni peggioramento del tenore di vita imposto da fuori, ogni sanzione, ogni attacco, ogni atto terroristico, ogni fenomeno naturale, possa diventare la scintilla di un malcontento serpeggiante. Gli imperialisti finiscono col credere alla loro stessa propaganda e dimenticano una regola fondamentale dell’egemonia che essi stessi esercitano nelle loro società e sulle loro stesse classi lavoratrici nel Nord Globale: nessun potere è esente da un ampio, diffuso e capillare consenso nelle proprie società.
La storia del tiranno da operetta è un capolavoro di propaganda inventato dagli inglesi all’epoca delle guerre napoleoniche e poi portata avanti contro ogni nemico da Hitler a Stalin, fino a Maduro e l’Iran, ma la verità è ben altra cosa. Ogni comunità ha dei codici sociali condivisi, prevede delle regole, in nessuna comunità tutti possono fare tutto e la nostra idea di libertà, democrazia ed elezioni non è universale e applicabile come bene assoluto in ogni contesto storico. L’Occidente dopo secoli di colonialismo deve accettare di non essere migliore degli altri, ma essere una via alla modernità tra le tante (premesso poi che il Venezuela aveva regolari elezioni, spesso validate da osservatori internazionali, un’opposizione organizzata che poteva raccogliere fondi, gestire giornali, centri di ricerca e studio su suolo venezuelano; certo, non poteva organizzare dei golpe, questo non è permesso in nessuno Stato).
Così, il Venezuela bolivariano e la Cuba socialista non sono crollati sotto i colpi delle spallate trumpiane. Anzi, Cuba lentamente e tra mille difficoltà sta diventando un paese modello per l’ecologia, grazie ai pannelli solari portati da fuori e che presto (stupendoci, come sempre Cuba ha fatto dopo la rivoluzione) diventerà probabilmente capace di produrre in loco. Probabilmente l’isola caraibica troverà in questa crisi, l’ennesimo spunto verso il suo ecosocialismo locale, come accadde negli anni Novanta dopo il crollo dell’URSS, quando il governo sperimentò orti urbani e permacultura. Cuba sarà il primo stato forse a diventare completamente indipendente dal fossile entro qualche anno.
Anche il Venezuela, in questa delicata fase di ritirata tattica, terrà duro. I cittadini si sono già attivati e così i medici cubani presenti in loco. Immediata anche la solidarietà dagli altri popoli della regione. La fatidica spallata dovuta all’embargo, al sequestro, al ricatto, alla nebbia di guerra messa in piedi dalla macchina della propaganda trumpiana che distrugge la verità, non sta minando la volontà del popolo venezuelano; così non ci riuscirà neanche la calamità naturale.
Subito sono partite le polemiche contro l’edilizia rivoluzionaria, i palazzi sarebbero di pessima qualità, ma i commentatori dimenticano che ad essere crollati sono i palazzi precedenti la rivoluzione, quelli di speculatori e palazzinari, i nemici per antonomasia del bolivarismo.
In molti nutrono dubbi sul futuro di questa rivoluzione e non senza ragioni, il dubbio ci permette sempre di fare più e meglio, ma è anche importante tener conto del dipanarsi dei processi storici e della dialettica interna a questi. Il volto di questa ritirata adottata oggi dal governo bolivariano presenta per certi aspetti l’amaro sapore della sconfitta, ma vede anche conservare il potere a un gruppo dirigente rivoluzionario, formatosi negli anni del chavismo o durante la repressione precedente. Saranno i bivi che la storia imporrà a farci capire il futuro corso del processo bolivariano in Venezuela sul lungo periodo; decenni fa, qualcuno dava il tutto per perduto anche in Cina o Vietnam, oggi quegli argomenti sono quantomeno tema di dibattito.
Il capitalismo ingloba tutto il pianeta, nessuno stato o individuo che sia può distaccarsene completamente, il punto è conservare chiara la propria leva morale verso un processo storico di emancipazione individuale e collettiva storicamente rappresentato dal socialismo.
Nessuno di noi può sapere cosa sarà di Cuba o del Venezuela, ma stiamo attenti a sentirci sconfitti prima di aver perso la guerra, anzi, la rivoluzione.