La vergogna di essere nati
Il transumanesimo promette di liberarci dai limiti del corpo. Ma a decidere il senso di quella libertà, oggi, è il capitale
di Filippo Dicchi
Ogni notte, mentre dorme, Bryan Johnson misura la qualità delle proprie erezioni. Di giorno ingerisce un centinaio di pillole, monitora la velocità con cui ciascuno dei suoi organi invecchia, dorme con sensori in bocca e (per un periodo) si è fatto trasfondere il plasma del figlio diciassettenne, nella speranza che il sangue giovane rallentasse il decadimento delle sue cellule. Johnson, ex imprenditore della Silicon Valley che ha venduto la sua azienda di pagamenti per oltre ottocento milioni di dollari, ha trasformato il proprio corpo in un laboratorio e la propria sopravvivenza in un marchio: Don't Die, non morire. Pubblica tutto, naturalmente. Il corpo come cruscotto, la vita come ottimizzazione continua, la morte come bug da debuggare.
È facile riderne, ed è perfino giusto farlo. Ma sarebbe un errore archiviare Johnson come un'eccentricità californiana. La trasfusione di plasma giovane non se l'è inventata lui: discende dalla parabiosi, la tecnica ottocentesca con cui si cuce insieme il sistema circolatorio di due organismi. Applicata all'invecchiamento già negli anni Cinquanta e poi rilanciata a Stanford a metà degli anni Duemila, consisteva nell'unire un topo vecchio e uno giovane per osservare cosa accadeva ai tessuti dell'anziano. E dietro quegli esperimenti c'è un fiume di capitale, Altos Labs finanziata da Bezos, Calico controllata da Alphabet, una costellazione di startup della longevità che promettono di "curare" l'invecchiamento come si cura un'infezione.
C'è anche un dettaglio istituzionale che dice molto: nessun ente regolatore al mondo riconosce ufficialmente l'invecchiamento come una malattia. L'intero settore opera dunque in una zona grigia, a metà tra la medicina e la fede, dove si vendono "età biologiche" misurate con orologi epigenetici: strumenti che stimano l'età di un tessuto con notevole precisione, ma il cui uso commerciale per pronosticare quanto resti da vivere a un singolo individuo la scienza considera, nel migliore dei casi, incerto. Eppure il denaro scorre. Perché dietro il capitale c'è un'idea precisa di che cosa sia un essere umano: un sistema, e dunque qualcosa di misurabile, aggiornabile, perfettibile. Il transumanesimo, prima ancora di essere un programma tecnologico, è questa ontologia dell'essere umano.
Conviene distinguere, certo: a rigore Johnson è un biohacker, un estensore della vita, e punta a ottimizzare la biologia che ha, non a trascenderla; non sogna l'ibridazione con la macchina né il caricamento della mente, come i transumanisti più radicali. Ma sotto le differenze corre la stessa premessa, ed è quella a contare: l'uomo come sistema, e nient'altro. Vale la pena prenderla sul serio, perché ci dice molto più su di noi che sul futuro.
L'uomo come sistema aggiornabile
Nella sua versione più nota (quella di Ray Kurzweil che annuncia la Singolarità, di Nick Bostrom che teorizza la superintelligenza, di Max More che fonda l'estropianesimo) il transumanesimo si presenta come l'erede naturale dell'Illuminismo: l'uomo che, con la ragione e la tecnica, supera finalmente i limiti che la natura gli ha imposto. Malattia, vecchiaia, persino la morte cessano di essere destino e diventano problemi ingegneristici. Chi potrebbe opporsi? Nessuno vuole la sofferenza, nessuno ama il cancro.
E qui sta la forza della promessa, che va riconosciuta prima di criticarla. C'è qualcosa di nobile, e non di ridicolo, nel rifiuto di accettare la crudeltà biologica come ordine immutabile. Il bambino che muore di una malattia genetica non è "natura da rispettare". La cecità che una protesi neurale potrebbe restituire alla vista non è un confine sacro. Liquidare il transumanesimo come delirio di onnipotenza significa regalare ai suoi profeti la parte migliore (quella della compassione e del coraggio) e tenersi solo la posa del moralista. Francis Fukuyama lo definì "l'idea più pericolosa del mondo", temendo che manomettere la natura umana avrebbe dissolto le fondamenta dell'uguaglianza; ma il transumanista risponde, non senza ragione, che la "natura umana" ha sempre incluso la lebbra, la mortalità infantile e i denti che marciscono, e che nessuno rimpiange di averli combattuti.
Il punto, allora, non è la tecnica. È un altro, e lo si vede solo cambiando lente e, sorprendentemente, guardando indietro.
Una genealogia dimenticata
Perché il sogno di sconfiggere la morte con la scienza non è nato nella Silicon Valley. Nella Russia di fine Ottocento un bibliotecario ortodosso, Nikolaj Fëdorov, predicava che il vero "compito comune" dell'umanità fosse usare la tecnica per resuscitare tutti i morti, ogni essere umano mai esistito, e poi colonizzare i pianeti per ospitarli. Una follia, certo. Ma le sue idee influenzarono Konstantin Ciolkovskij, il padre dell'astronautica, e attraversarono carsicamente certe correnti del primo pensiero sovietico. Il punto è questo: la stessa fantasia di immortalità tecnica che oggi finanziano i miliardari fu, un tempo (per quanto intrisa di misticismo ortodosso e di un'idea tutt'altro che orizzontale dell'ordine sociale) un progetto collettivo e universale: la salvezza di tutti, non di chi se la può permettere.
Questo dovrebbe metterci in guardia. Non è il desiderio di superare i limiti del corpo a definire un'epoca, ma la forma sociale che quel desiderio assume. E la forma che assume oggi ha un proprietario.
Chi possiede il futuro?
Herbert Marcuse, sessant'anni fa, aveva intuito il nodo da entrambi i lati. Da un lato, dentro un dato rapporto di produzione, ogni potenziamento tecnico rischia di rovesciarsi in una nuova forma di servitù: non perché la tecnologia sia cattiva, ma perché non galleggia nel vuoto, e vive dentro rapporti di proprietà, dentro mercati, dentro asimmetrie di potere. Dall'altro (ed è il Marcuse di Eros e civiltà, spesso dimenticato) quella stessa tecnica, sotto rapporti diversi, potrebbe liberare: disinnescare la scarsità, accorciare il lavoro necessario, restituire agli uomini tempo e corpo.
La macchina, da sola, non condanna né salva. E l'antropologia transumanista (l'uomo come sistema misurabile, ottimizzabile, costantemente da aggiornare) è straordinariamente funzionale a un capitalismo che, da almeno vent'anni, ha bisogno esattamente di soggetti pensati come dati: tracciabili, profilabili, monetizzabili. Non è un caso che i grandi finanziatori della longevità siano spesso gli stessi che possiedono le infrastrutture della sorveglianza digitale. Il sogno di superare il corpo e l'economia dell'estrazione dei dati parlano la stessa lingua, perché condividono la stessa premessa: che l'essere umano sia, in fondo, informazione.
Conviene mostrarlo, perché qui si gioca tutto e l'analogia, da sola, non basta. La premessa è una, ma lavora su due fronti che si reggono a vicenda. Da un lato, l'economia dei dati ha bisogno che l'uomo sia leggibile come informazione: ciò che vende sono previsioni sul nostro comportamento, e non si prevede (dunque non si monetizza) un essere davvero imprevedibile. Il soggetto va ridotto a pattern. Dall'altro, l'etica dell'ottimizzazione fabbrica esattamente quel soggetto dal lato della domanda: una persona che si vive come un pannello di controllo da migliorare, che desidera essere misurata, che compra l'anello che le assegna un voto al sonno e lo indossa per amore di sé. È qui che l'antropologia transumanista chiude il cerchio. Non si limita a descrivere l'uomo come sistema: lo persuade a esserlo, così che sottoporsi alla misura continua sembri cura di sé e non sorveglianza. La sorveglianza più efficace non è quella imposta: è quella che il sorvegliato sceglie, paga e ringrazia.
Katherine Hayles, già negli anni Novanta, aveva messo in guardia da questo slittamento: l'idea postumana che l'informazione possa essere separata dal supporto materiale, che la mente sia un software trasferibile su un altro hardware. Lo denunciava come un errore, non come una conquista: non si può sottrarre il corpo all'informazione senza perdere qualcosa di essenziale. È una fantasia antichissima travestita da scienza (l'anima senza il corpo) e non è affatto neutra. Decide chi conta e che cosa conta. Se l'essenza dell'uomo è il pattern dei suoi dati, allora chi controlla i dati controlla l'uomo. La domanda decisiva del transumanesimo non è dunque se potenzieremo i corpi, ma chi deciderà come, per chi, a quali condizioni. Un potenziamento a pagamento, in una società già diseguale, non emancipa: stratifica. Rischia di trasformare la diseguaglianza economica in diseguaglianza biologica, ereditaria, iscritta nella carne. La fantascienza l'ha raccontato cento volte; il capitale, intanto, ci sta lavorando sul serio.
Eppure sarebbe troppo comodo fermarsi al chi. Spostare tutto sulla proprietà (il problema non è il potenziamento, è chi lo controlla) consente di schivare la domanda più scomoda: sotto controllo collettivo, il potenziamento radicale sarebbe desiderabile? Conviene rispondere, e su due piani distinti. Sul primo, sì, ce lo suggerisce proprio il Marcuse utopico; liberata dall'estrazione, la tecnica che oggi stratifica potrebbe alleviare, e non c'è nobiltà nel negare a tutti ciò che salverebbe ciascuno. Ma c'è un secondo piano che la proprietà non sfiora: anche la comunità più giusta dovrebbe ancora decidere se trattare l'essere semplicemente nati come un difetto da correggere. E quella non è una domanda su chi possiede la tecnica. È una domanda su che cosa accettiamo di chiamare difetto, la sola che l'ossessione per il chi ci permette di non guardare.
Luciano Floridi descrive un'umanità ormai immersa nell'infosfera, dove la distinzione tra online e offline ha smesso di avere senso e l'uomo stesso si ridefinisce come inforg, organismo informazionale tra organismi informazionali. È una descrizione accurata, e misura quanto a fondo sia penetrata la premessa da cui siamo partiti: non più soltanto le macchine, ma noi, pensati come informazione. Descrivere, però, non è benedire e l'infosfera, come tutto il resto, ha i suoi proprietari.
C'è un'ironia, in tutto questo, che vale più di mille argomenti. La promessa transumanista più radicale non è l'immortalità. È molto più sottile: è l'idea che essere semplicemente nati (fragili, finiti, non scelti) sia un difetto da correggere. Günther Anders chiamava vergogna prometeica (prometheische Scham) il sentimento dell'uomo (pezzo unico e irripetibile, venuto al mondo dal caso) di fronte alla perfezione seriale e sostituibile delle proprie macchine:
la vergogna di essere "nati" e non "fabbricati"(G. Anders, L'uomo è antiquato, 1956).(G. Anders, L'uomo è antiquato, 1956).
Nel 1956 era un'umiliazione passiva, subita davanti alla macchina. Settant'anni dopo ha cambiato volto: si è fatta attiva, imprenditoriale, e si traveste da iniziativa. Non più la vergogna di chi si scopre inferiore al proprio prodotto, ma la fretta di chi vuole fabbricarsi da sé. È la stessa vergogna, e adesso è anche un modello di business: la si vende a chi è stato convinto che venire al mondo così com'è non basti.
Qui passa il confine che conta, ed è bene tracciarlo, perché non è quello che difendono i bioconservatori. La linea non separa la terapia dal potenziamento, curare la malattia genetica di un bambino non chiede a nessuno di vergognarsi di essere nato. Separa due gesti diversi: alleviare la sofferenza, che è da sempre il volto migliore della medicina, e ricodificare l'esistenza nuda come un errore, che è il volto nuovo dell'ottimizzazione. Il primo libera. Il secondo mette in vendita una colpa.
E così la domanda da tenersi stretti, mentre Bryan Johnson conta le ore di sonno profondo che gli restano da vivere, non è se riusciremo a non morire. È se, nel frattempo, ci sarà ancora concesso di nascere senza doverci scusare per come siamo fatti.
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FONTI
Opere filosofiche, sociologiche e saggistiche
Anders, Günther - L'uomo è antiquato. I. Considerazioni sull'anima nell'epoca della seconda rivoluzione industriale (1956)
Bostrom, Nick - Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie (2014)
Fëdorov, Nikolaj F. - La filosofia dell'opera comune (1906)
Floridi, Luciano - La quarta rivoluzione. Come l'infosfera sta trasformando il mondo (2014)
Fukuyama, Francis - L'uomo oltre l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica (2002)
Fukuyama, Francis - Transhumanism (2004)
Hayles, N. Katherine - How We Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics (1999)
Kurzweil, Ray - La singolarità è vicina (2005)
Marcuse, Herbert - Eros e civiltà (1955)
Marcuse, Herbert - L'uomo a una dimensione (1964)
More, Max - Vita-More, Natasha (a cura di) - The Transhumanist Reader (2013)
Young, George M. - I cosmisti russi: il futurismo esoterico di Nikolai Fedorov e dei suoi seguaci (2012)
Riferimenti scientifici
Bert, Paul - De la greffe animale (1863)
https://archive.org/details/BIUSante_TPAR1863x118
Sauerbruch, Ferdinand - Heyde, Max - Ueber Parabiose künstlich vereinigter Warmblüter (1908)
https://archive.org/stream/DeutscheMedizinischeWochenschrift1908341.Halbjahr/Deutsche%20medizinische%20Wochenschrift%201908-34%2C%201.%20Halbjahr_djvu.txt
MCCAY CM, POPE F, LUNSFORD W, SPERLING G, SAMBHAVAPHOL P. Parabiosis between old and young rats. Gerontologia. 1957;1(1):7-17. doi: 10.1159/000210677. PMID: 13405201.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/13405201/
Conboy, Irina M. - Rando, Thomas A. et al. - Rejuvenation of aged progenitor cells by exposure to a young systemic environment (2005)
https://www.nature.com/articles/nature03260
Horvath, Steve - DNA methylation age of human tissues and cell types (2013)
https://link.springer.com/article/10.1186/gb-2013-14-10-r115
Levine, Morgan E. et al. - An epigenetic biomarker of aging for lifespan and healthspan (2018)
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5940111/
Lu, Ake T. - Horvath, Steve et al. - DNA methylation GrimAge strongly predicts lifespan and healthspan (2019)
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30669119/