Verità tra Dio e la prassi
Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.
Magnifica Humanitas: professare la salvezza dei più deboli negando il cambiamento sociale
Abbiamo già avuto modo di affrontare il problema della verità. Lo abbiamo affrontato cercando di mostrare il ruolo che questo ha in un sistema dominato da marketing e propaganda. Vediamo, infatti, che il Capitale Occidentale mette le mani avanti e, sulla scacchiera internazionale, cerca di prendere i pezzi scoperti, lasciando l’avversario al massimo con un solo alfiere. In questo quadro, la verità diventa soltanto uno strumento, con il quale si misurano gli estremi e le dimensioni della manipolazione che si vuol mettere in atto di volta in volta. La verità diventa appannaggio delle classi dominanti.
Il ‘problema dell’alfiere’ non è altro che la periodica manifestazione del bonapartismo, che in un’altra occasione abbiamo definito “strutturale”. Vale la pena, quindi, indagare quella che sembra essere proprio un’altra di queste manifestazioni.
Con la pubblicazione dell’enciclica Magnifica Humanitas, sembra che questo ruolo spetti alla Chiesa Cattolica: quest’ultima, infatti, vuole prendere posto al fianco dei lavoratori, come nel 1891 fece con l’omonimo predecessore dell’attuale Pontefice.
Il testo, infatti, propone due interi capitoli dedicati alla critica della società attuale, con lo scopo di porre di nuovo la persona al primo posto, di fronte alla disumanizzazione che deriva dalle dinamiche di sfruttamento del lavoro e dall’automazione dell’intelletto per mezzo dell’Intelligenza Artificiale, più un capitolo interamente dedicato alla fondazione della dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
I principi messi in gioco in questa enciclica strizzano l’occhio a chi si colloca a sinistra e risuonano con le istanze delle classi subalterne. D’altronde non ci possiamo aspettare diversamente dal cristianesimo e principi come quello del bene comune, della destinazione universale dei beni, di sussidiarietà, di solidarietà e della giustizia sociale appaiono quasi come delle ovvietà.
Parla di verità, democrazia e lavoro, esplicitando il bisogno di riconoscere la “consapevolezza di una interdipendenza, per cui il bene di ciascuno passa attraverso il bene degli altri” [1]. Così, il bene comune “non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli, né con l’incrocio dei loro interessi particolari; è un bene più grande, che appartiene a tutti, e che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire” [2].
Prosegue affermando che:
«[I]l potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli.» [3]
Nelle sue parole, il tema della verità si trova di fianco a quelli di democrazia e di lavoro, in una critica alla società e alle dinamiche che stanno spostando l’assetto sociale verso un sempre maggior livello di oppressione e di esercizio di potere da parte dei padroni. Così, nell’enciclica troviamo un appello alla giustizia, sia questa nei rapporti di lavoro, sia questa nel rapporto con l’intelligenza artificiale, sia questa nella forma dell’ormai noto “giusto salario”.
Tuttavia, risultano fondamentali i richiami alla Rerum Novarum nei quali Leone XIV afferma contemporaneamente il diritto all’associazione dei lavoratori e il diritto alla proprietà privata:
«Il documento [l’enciclica Rerum Novarum] pone al centro della sua riflessione la dignità del lavoro e del lavoratore, afferma il diritto a un salario giusto per sé e per la propria famiglia, riconosce nelle persone un valore essenziale prioritario rispetto al capitale e al profitto, difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale, apprezza le associazioni dei lavoratori e propone forme di collaborazione tra le diverse componenti della società in alternativa alla logica della “lotta di classe”.» [4]
In tale richiamo, notiamo un preciso riferimento a questa affermazione di Leone XIII:
«[N]on è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d'investire come vuole, la dovuta mercede.» [5]
Vediamo che la logica dell’accumulo è interpretata come fine ultimo di ogni lavoro e posta alla base del benessere, che non viene negato dal fatto palese che la fatica del lavoratore è proprietà del padrone, ma dal tentativo dei socialisti di restituirla a chi la impiega:
«Con l'accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.» [6]
L’accumulo non è più riferito all’accentramento in poche mani della maggior parte della ricchezza, quanto alla collettivizzazione dei mezzi di produzione da parte dei proletari. Notevole anche il richiamo alla speranza, da tradurre con: “Se ce la fai, ce la puoi fare”.
Anche là dove sembra assumere un tono più duro contro le classi dominanti, non c’è menzione di eventuali loro doveri nei confronti delle classi subalterne:
«Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.» [7]
Certo, prendere di mira la Chiesa Cattolica, criticandone l’effettiva distanza dalle istanze materiali delle classi subalterne (contrariamente a quanto può far pensare una lettura superficiale), significa sparare sulla Croce Rossa. Tuttavia, ci pare opportuno notare che il ruolo di alfiere degli ultimi è svolto unicamente con lo scopo di mantenere la struttura gerarchica della società (quella delle oligarchie e dello Stato, che a essi garantisce la proprietà privata), rispecchiando anche solo parzialmente la struttura gerarchica dei Cieli (quella di Dio e dei suoi servitori).
Di conseguenza, non è un caso che il tema della verità si trovi di fianco a quello di democrazia e di lavoro. La critica alle dinamiche di sfruttamento e oppressione perde la sua forza di fronte a un fondamento metafisico (e direi anche semantico) totalmente incentrato sul divino: si offre la mano ai lavoratori per poi restituirli alle gerarchie che li sfruttano. Infatti, se prima la verità era appannaggio della classe dirigente, ora torna nelle mani di Dio: il cui intelletto, ovviamente, è l’unico criterio di verità.
Se così è, tuttavia, dobbiamo trarre la conclusione logica che la proprietà privata è garantita come diritto naturale da Dio stesso. Ma la proprietà privata garantisce – se non si identifica proprio con esso – l’esercizio del potere. Quindi, l’esercizio del potere stesso è garantito da Dio.
In questo quadro, la verità è definita come corrispondenza con la legge divina. Quella legge che, ovviamente, la Chiesa Cattolica pone a fondamento di ogni discorso e di ogni azione. Si ritrova, infatti, nell’affermazione che è compito dell’uomo quello di trascendere la sua condizione:
«L’espressione “più che umano” non appartiene soltanto al linguaggio delle promesse tecniche. Da secoli, la tradizione cristiana afferma che l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso: non per fuga dalla realtà o per disprezzo del limite, bensì per essere compiuto nell’amore. La fede conosce un “oltre” che nasce dal dono di Dio.» [8]
Non diciamo niente di nuovo affermando che, se gli esseri umani sono chiamati a trascendere la propria condizione, le conseguenze possono essere solo due: la prima è che si applichino degli schemi di interpretazione della condizione umana, tali per cui questa viene sussunta sotto leggi non terrene e, quindi, distanti dalle condizioni materiali delle classi subalterne (che tuttavia sono l’oggetto della discussione); la seconda è che l’azione concreta degli esseri umani, volta a migliorare la propria condizione (come già espresso sia dall’attuale Pontefice, sia dal suo omonimo predecessore), sia messa da parte proprio in virtù di questa chiamata a trascenderla.
Questo dovrebbe farci capire che è impossibile separare l’azione, la prassi, dal criterio di verità che utilizziamo. Sebbene l’enciclica sia quanto più ‘di sinistra’ abbiamo visto negli ultimi anni, possiamo ben vedere che i suoi fondamenti minano proprio la proposta di cambiamento sociale che essa stessa prospetta e raccomanda. Il ruolo dello Stato, in quanto mediatore, viene dipinto in modo tale da risultare al massimo in uno “state buoni se potete” rivolto alle classi dominanti; mentre a quelle subalterne si raccomanda di fare di tutto per migliorare la propria condizione.
Al contrario, il criterio di verità che dobbiamo adottare è la prassi stessa: la verità non è qualcosa che semplicemente si dice, ma è qualcosa che si fa. Come diceva Marx nella II e nell’VIII Tesi su Feuerbach, la vita sociale e la verità sono questioni pratiche e pratica è ogni risposta alla richiesta di uguaglianza. Questa è la differenza sostanziale tra chi professa la salvezza dei più deboli e chi, invece, la vuole far vera.
[1] Magnifica Humanitas, §74 [2] Magnifica Humanitas, §60 [3] Magnifica Humanitas, §63 [4] Magnifica Humanitas, §30 [5] Rerum Novarum, §4 [6] Rerum Novarum, §4 [7] Rerum Novarum, §29 [8] Magnifica Humanitas, §127