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Verità e finzione in senso sociale

di
Luca Antonini
Luca Antonini

Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.

17 gennaio 2026

Oltre la finzione: la propaganda come ristrutturazione della razionalità

propaganda verità e finzione
Quando la propaganda si fa più forte, c’è qualcuno che inizia a parlare di post-verità o postmodernismo, additando i fatti come finzione e l’interpretazione soggettiva come unica sola dimensione semantica accettabile. Ma questa è soltanto una svista dovuta o all’idea hegeliana del reale determinato interamente dal razionale, oppure da una visione rappresentazionalista del linguaggio.

Per quanto ci sia un senso importante in cui non si può prescindere dal razionale e che questo determini la forma che diamo al reale e per quanto ci sia un senso importante in cui il linguaggio rappresenta la realtà, ciò non implica che si debba scadere in qualche forma becera di razionalismo e che si debba interpretare la verità come il sottoprodotto di un’interpretazione del linguaggio come immagine del mondo. _Non siamo qua a fare disegnetti sulla base di una qualche interpretazione del mondo_.

Ma soprattutto, cosa ci dovrebbe essere dopo la verità? Oppure, ancor meglio, cosa c’è prima? Il problema fondamentale è che in un quadro rappresentazionalista, salvo processi alchemici vari di stampo metafisico (che vanno dalle semantiche più bizzarre alla mereologia più estrema), il linguaggio rappresenta o non rappresenta: un enunciato è vero o falso. Di conseguenza, prima e dopo la verità c’è solo la falsità. E se il reale è razionale, allora prima e dopo la verità (cioè la realtà) c’è solo il nulla.

Di fronte alla propaganda di un impero al tramonto (si spera), arrivare a dire che siamo semplicemente di fronte al falso e al nulla rischia di alimentare la mistificazione che la propaganda, appunto, propaga. L’idea delle forme linguistiche come immagini è allettante, certo, ma finisce per farci perdere di vista una delle caratteristiche fondamentali del linguaggio, cioè il suo essere essenzialmente intersoggettivo e determinato dalle pratiche sociali.

La propaganda è sì finzione, ma non nel senso in cui questa si oppone alla verità, configurandosi come una sorta di falsità (a volte legittimata dallo scopo ludico o artistico). Normalmente, la finzione ha come scopo primario quello di esplorare le possibili conseguenze di ciò che raccontiamo: offre uno strumento sicuro di interpretazione e di ragionamento, all’interno del cui quadro è permesso immaginare e trarre conclusioni. La struttura logica della finzione, ci dice Kendall Walton in _Mimesis as Make-Believe_, è sostanzialmente la stessa del linguaggio che usiamo per altri scopi (nella vita quotidiana o in ambiti di ricerca). Ciò che cambia è lo scopo. In particolare, la finzione può essere ancora interpretata nel sistema inferenziale e normè dato dalle inferenze che permette di fare. La propaganda, di conseguenza, non è semplicemente un insieme di falsità, tali per cui chi propaga queste falsità è semplicemente bugiardo. La propaganda è l’utilizzo della finzione in luogo del normale sistema di giustificazioni epistemiche e semantiche che caratterizzano la razionalità, in modo tale che quest’ultima venga completamente ristrutturata, inducendo a fare inferenze che rispondono alle leggi logiche che tale finzione mette in campo.

La propaganda, d’altronde, è manipolazione. Ma la manipolazione non può essere compresa da una teoria del significato di stampo rappresentazionalista. C’è bisogno di portare dentro alla teoria l’essere umano, il parlante, la persona. Il linguaggio, ci insegnano Wilfrid Sellars e Robert Brandom, è un fenomeno normativo, il soggetto delle cui regole non è tanto l’espressione linguistica con la sua grammatica, quanto il parlante: egli è persona proprio perché la sua forma di vita (per dirla con Wittgenstein) è essenzialmente normata dalle pratiche linguistiche. La propaganda, di conseguenza, crea pratiche linguistiche diverse, una normatività diversa, una forma di vita diversa e, di conseguenza, _una razionalità diversa_.