Verso La Mecca, all'eclissi
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Uno "strano triumvirato" tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan: cosa c'è dietro il nuovo patto di difesa?
Uno strano triumvirato
Ci sono diverse interpretazioni intorno all’accordo di difesa reciproca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan firmato il 7 agosto alla Mecca. Innanzitutto, bisogna sapere che il testo effettivo dell’accordo non lo abbiamo ancora visto, e quali siano i dettagli e le modalità di questo patto di difesa, come viene chiamato, non lo sappiamo. Alcuni enfatizzano l’idea di una “NATO sunnita” e l’aspetto religioso, seguendo anche la scelta della città santa piuttosto che della capitale Riyadh per la firma dell’accordo.
Questa ipotesi metterebbe in guardia soprattutto Israele, che teoricamente non beneficerebbe di un’alleanza musulmana la cui popolazione è in maggioranza ostile, e che ha già diverse volte minacciato la Turchia negli ultimi mesi, anche se non sappiamo quanto sia teatro o reale intenzione.
Altri temono che si traduca in cooperazione militare contro l’Iran e l’Asse della Resistenza, specie nello Yemen, mentre l’analista Alex Krainer ha ipotizzato che l’Arabia Saudita si sia semplicemente comprata protezione, avendo capito che la tutela e le garanzie americane derivanti dagli accordi sul petrodollaro non sono più valide.
Di sicuro, per il momento, c’è solo la riconfigurazione degli equilibri regionali, ma a quale scopo e con che spirito lo vedremo. L’Arabia Saudita, al momento, è lo stato militarmente più debole dell’alleanza, ma ha tanto petrolio e un sacco di soldi. È anche, proprio in questi giorni, l’unica ad essere militarmente impegnata in maniera diretta, di nuovo contro Ansar Allah nello Yemen, con cui ha rotto il proprio memorandum di intesa attaccando l’aeroporto di Sana’a e riattivando le proprie truppe sul terreno, con scarsissimo successo per la verità, innescando la rappresaglia delle forze yemenite che ora minacciano di nuovo gravemente la sua infrastruttura energetica per le esportazioni.
La Turchia è un membro della NATO, ma nuota da molti anni in una sgusciante ambiguità strategica tra Occidente e Eurasia e nessuno sa cosa aspettarsi da lei. Ha una buona base industriale, un suo complesso militare-industriale e un esercito importante.
Il Pakistan, che tanto per cominciare è una potenza nucleare, tenta da mesi un difficile lavoro di mediazione del conflitto in corso, sembra essersi guadagnato la fiducia dell’Iran e sostenere il corso che porta all’espulsione degli Stati Uniti dalla regione e, grazie a una profonda penetrazione economica cinese, si prepara a diventare un crocevia molto importante nella connettività eurasiatica.
Ma la sua storia di ambigui rapporti con gli Stati Uniti ci rende difficile valutarne la reale indipendenza. Sembra tuttavia che dietro allo sforzo diplomatico pakistano ci sia il pieno supporto cinese.
Sarà necessario vedere di più, per capire in cosa consista e cosa comporterà questo accordo firmato proprio adesso. Per inciso, se uno dei tre paesi firmatari è già membro importante di un’altra alleanza, ovvero la Turchia con la NATO, e un altro è già impegnato in combattimento nello Yemen, bisogna ricordare che il Pakistan è e resta formalmente in guerra con l’India, con la quale mantiene il contenzioso sul Kashmir e non ha alcun trattato di pace, né già firmato, né in preparazione.
Alleanza musulmana?
È comunque utile, vista l’opacità sia del trattato che delle parti stipulanti, fare alcune riflessioni in più sul contesto. Innanzitutto, probabilmente era inevitabile che questo accordo non apparisse al mondo nella totale trasparenza, consentendoci di leggere il testo integrale con le clausole: la guerra che sta determinando la riconfigurazione della regione in cui l’accordo si stipula non è finita e non si conosce ancora il quadro che ne uscirà.
Quanto sarà ridotta l’impronta statunitense e, di conseguenza, il margine di manovra di Israele?
Quanta della produzione di energetici e materie prime del Golfo (petrolio, gas naturale, elio, urea, zolfo) sarà rimasta in piedi alla fine della guerra, indipendentemente da chi controlla gli stretti?
Come cambierà il rapporto tra i petro-monarchi assoluti e le loro popolazioni?
Quanto l’Iran sarà il dominatore incontrastato della regione?
Che assetto di potere interno troverà l’Iraq, che ancora riceve i soldi del proprio petrolio dagli Stati Uniti “ex” occupanti?
I confini degli stati e le fazioni al potere rimarranno gli stessi?
Potremmo continuare a lungo, ma avete capito il senso: attualmente l’intera regione si regge sull’architettura costruita dal dominio americano. Nel momento in cui questo viene meno, o si riduce, molte ruote iniziano a girare. Ha dunque senso che lo strano triumvirato sunnita mantenga una sua ambiguità e si riservi di vedere come va a finire. O quantomeno come procede, visto che potremmo esser di fronte ad un’altra “guerra infinita”.
Per certi versi, questa “alleanza” è davvero strana: i paesi che la compongono non sono confinanti, ma separati tra loro da altri stati che, in caso di guerra, non è per niente detto che sarebbero dalla stessa parte, complicando così la logistica. È pur vero che la cooperazione militare tra Arabia Saudita e Pakistan esiste già da molto tempo e non è una novità. Inoltre, tutti e tre i firmatari sono alleati/vassalli storici degli Stati Uniti (anche al netto della cooperazione del Pakistan con la Cina) e hanno a più riprese fatto il lavoro sporco per conto di essi in Afghanistan, Cecenia, Libano, Siria, Yemen, Iraq, Iran e così via.
A scanso equivoci, meglio chiarire una cosa: risulta difficile pensare che la connotazione religiosa che alcuni attribuiscono al triumvirato de La Mecca sia sostanziale come alcuni sembrano voler credere. La firma nella città santa, la foto dei tre firmatari insieme alla finestra che guardano la città vecchia, i tre “leader sunniti” che vanno a pregare insieme dopo aver firmato i documenti e tutti questi pizzi e merletti sembrano, almeno a questo vostro gretto cronista, espedienti per le pubbliche relazioni. Hanno comunque senso, non solo perché la politica in generale è fatta anche di queste cose, ma perché a questo genere di simbologie buona parte della Umma internazionale è effettivamente molto ricettiva e sensibile e tale elemento può essere potente se il patto si rivelerà aperto a ulteriori adesioni. Ma siamo sempre nell’ambito della comunicazione, da qui a pensare a “un’alleanza musulmana a difesa dei musulmani” c’è un bel pezzo di strada da fare.
Teniamo a mente che se la firma dell’accordo è arrivata adesso, i lavori preparatori dovevano essere avviati già da parecchio, anche se non sappiamo esattamente quanto, e sembra che anche l’Egitto fosse parte della partita ma poi abbia, per il momento, deciso di rimanere fuori.
Sinceramente, la diffidenza e l’aritmetica delle scuole elementari porterebbero a pensare a una coalizione filo-statunitense pienamente autoctona che prenda in mano la lotta all’Asse della Resistenza e gli interessi geopolitici del mondo anglo-sionista, con cui sono in larga misura integrati, nel momento in cui gli Americani se ne vanno. Dopotutto, cosa dovrebbe indurre gli altri due ad invischiarsi in un conflitto da cui potrebbero star fuori, nel momento in cui uno dei membri venisse attaccato? Nessuna interdipendenza così stretta, per quanto ne sappiamo, lega ad oggi questi tre paesi, anche se parte delle loro risorse appaiono complementari. Il contenimento di un Iran vincitore, invece, potrebbe interessare a tutti e tre, così come la “spartizione” di un Iran balcanizzato dallo scatenarsi, sul suo territorio, di quei cani d’attacco di cui abbiamo scritto di recente.
Personalmente credo che quel piano possa avere poco successo, viste le capacità e la coesione dell’Iran, ma la storia recente obbliga ad essere prudenti.
Se il drago coccola il leone
C’è però un altro scenario che è necessario considerare: in sintesi, questo consiste nel leggere il processo avviato a La Mecca come creazione di un gruppo regionale, probabilmente destinato ad allargarsi ad altri membri, che costruisca realmente un sistema di sicurezza collettiva e condivisa per l’Asia occidentale, secondo gli auspici del multipolarismo formulati a più riprese negli ultimi anni anche dai presidenti Xi Jinping e Putin.
In questo caso, i riferimenti alla “NATO sunnita” sarebbero estremamente fuorvianti. Per quanto le dichiarazioni ufficiali del triumvirato abbiano sottolineato l’aspetto della deterrenza condivisa e rinviato a una lettura in stile art. 5 della NATO (spesso male interpretato, ma questa è un’altra storia), la cosiddetta alleanza atlantica è per diverse ragioni e per natura intrinseca una negazione della Carta delle Nazioni Unite (visto che gli “alleati” non hanno uguale peso e voce in capitolo ma sono sottoposti al comando statunitense) e del principio di sicurezza collettiva, ovvero che la sicurezza di alcuni non si costruisce negando quella di altri perché questo porta allo scoppio delle guerre.
Sullo sfondo, ovviamente, il dato centrale è che non solo gli Americani hanno fatto mancare ai paesi del Golfo la protezione promessa e che reggeva il patto, ma è diventato palese che tale protezione è mancata per inferiorità tecnica da parte degli Stati Uniti (a fronte della supremazia missilistica iraniana) e che la stessa presenza americana sul territorio delle petro-monarchie si è rivelata immediatamente come il principale pericolo sia per le economie che per le case reali/classi dirigenti di questi stati.
La sensazione di questo osservatore è che, in questo quadro, la Cina abbia proposto e concordato col Pakistan un piano di sviluppo e di “potenziamento” geopolitico, che traghetterà il paese musulmano verso una nuova condizione economica e un nuovo status internazionale. Il CPEC (China Pakistan Economic Corridor) è già uno degli assi portanti dell’integrazione eurasiatica a guida cinese, ma la rete di connessioni e infrastrutture che sta portando con sé ha realmente la possibilità di trainare lo sviluppo del paese. Il Pakistan è collegato direttamente con la Cina e l’Asia Centrale (ed anche con l’Iran) sia per il trasporto di energia che di merci, ha recentemente aperto un nuovo corridoio che permette alle merci in entrata di bypassare l’Afghanistan, con cui i rapporti al momento non sono buoni, e vede due macro-corridoi attraversarlo da Nord a Sud, fino ad arrivare ai porti di Gwadar e Karachi. Considerando la posizione di questi porti e la natura e quantità di merci che può venire giù dall’Asia Centrale (energia, minerali, prodotti industriali e commerciali che eviterebbero lo Stretto di Malacca, ecc…), ci può essere tutto quel che serve per essere un importante volano di sviluppo interno, per un paese che ha ancora enormi problemi di arretratezza e povertà e che si regge essenzialmente sull’esercito.
Se la Cina ha deciso di “fare l’upgrade” al Pakistan in queste condizioni, anche la Russia, per parte sua, benedice pubblicamente il progetto di sovranizzazione dell’Eurasia. Lo sviluppo porta benessere, il benessere porta stabilità, laddove la minaccia occidentale allo sviluppo del resto del mondo viene sempre attuata tramite strangolamento economico, guerra o destabilizzazione, tre nemici giurati anche per le superpotenze eurasiatiche stesse.
È vero, come si dice spesso, che i Cinesi vorrebbero Hormuz aperto e funzionante sia per sé stessi che per i loro clienti, ma è anche vero che hanno capito benissimo e sostenuto le ragioni dell’Iran, e comunque non gli dispiace troppo se gli Americani, che minacciano la Cina un giorno sì e l’altro anche, vanno a indebolirsi e rompersi le corna contro il loro alleato strategico. Come direbbero gli Americani: ”Two can play the game!”.
A proposito di sicurezza collettiva e potenze eurasiatiche, avrete notato che c’è un altro effetto, per niente secondario, che il patto de La Mecca avrebbe, se fosse effettivamente questo lo spirito che lo anima: stiamo parlando, ovviamente, di un contraltare nucleare ad Israele nella regione che non intacchi il Trattato di Non Proliferazione, cosa alla quale Russia e Cina stanno sempre molto attente. Resti chiaro al lettore che siamo in pieno ambito di supposizioni, anche piuttosto avventurose, quindi caveat emptor, ma un Pakistan che estendesse agli alleati regionali il proprio ombrello nucleare, non in una logica “dei blocchi” ma in una di stabilizzazione dei rapporti nella regione sarebbe uno sviluppo realmente rivoluzionario e che, insieme ai progressi iraniani su una propria deterrenza nucleare, porterebbe non solo a ridiscutere tutto il paradigma dell’impunità israeliana, ma anche a rendere realistica una prospettiva di controllo internazionale anche sull’arsenale nucleare non dichiarato di Israele. Potrebbe il Pakistan accollarsi un tale fardello, anche rispetto ad attori ondivaghi come la Turchia o gli Arabi del Golfo? E chi lo sa...Sulla carta, difficilmente. Troppo rischioso. Ma a fronte di diventare una vera potenza del Sud Globale e, finalmente, un paese prospero, c’è da pensarci.
Il ruolo di mediatore serio e privilegiato, che gode della fiducia di entrambe le parti, nel conflitto tra Iran e Stati Uniti, ha già conferito al Pakistan uno status internazionale completamente nuovo, ma che può ancora andare in fumo se si rivela tutto un bluff. Diventare il principale architetto e attuatore di un nuovo sistema di sicurezza regionale condivisa per l’Asia occidentale post-americana, di contro, eleverebbe il Pakistan ad un ruolo internazionale nettamente superiore e al centro della Storia, questo anche se fosse con la Cina e, in minor misura, la Russia dietro le quinte. Essenzialmente, si ritroverebbe come grande vincitore della guerra al pari dell’Iran, ma senza aver combattuto. Con buona pace delle brucianti sensazioni che questo susciterebbe nell’India, che in questa guerra, per essere gentili, non ha fatto per niente una bella figura. Nè in generale, né tantomeno nei BRICS+.
A supporto di quest’ipotesi c’è anche, a quanto sembra, il fatto che l’Iran fosse stato avvertito e rassicurato in anticipo, sia dalla Turchia che dal Pakistan stesso, della firma dell’accordo, e non vi abbia reagito affatto male. Ma questo dovremo metterlo a verifica nei prossimi tempi, il mestiere del diplomatico non è di dire ciò che realmente pensa.
Degno comunque di nota anche il fatto che, cinque giorni dopo, il generale dell’IRGC Mohammad Reza Naqdi abbia dichiarato senza mezzi termini che l’Iran si prepara a svolgere operazioni militari lontano dal proprio territorio e che all’IRGC è stato affidato il compito di sviluppare queste capacità. Più che come una reazione agli accordi de La Mecca, sarei incline ad interpretare questo annuncio come la dichiarazione iraniana sul cambio della propria postura, da difensiva a offensiva, mentre la nuova leadership iraniana dà alla diplomazia di Islamabad l’ultima possibilità.
L’obiettivo strategico di Tehran è sempre quello: l’espulsione degli Stati Uniti dalla regione e la fine (non la sospensione) della guerra all’Asse della Resistenza e ai Palestinesi, nominati esplicitamente, sia quelli di Gaza che in Cisgiordania, insieme a Libano, Yemen e Iraq.
L’Impero può accettare? Assolutamente no.
Sembra che l’Iran stia creando i presupposti per obbligare gli USA ad attuare il Memorandum di Intesa che hanno firmato (un vero e proprio atto di capitolazione) o a dover affrontare dei duri e freddi fatti sul terreno, ovvero sul campo di battaglia.
Tra la gittata aumentata dei missili e le carte ancora non mostrate sul mare, tra cui i sottomarini e la cosiddetta “mosquito fleet”, tutte cose di cui si vocifera da settimane, il prossimo round del match in corso potrebbe farci vedere qualcosa di nuovo. Vedremo cosa sapranno fare le due parti, con gli occhi sempre puntati sulle proxies americane lungo i confini iraniani.
Luna nuova con eclissi
Al netto delle supposizioni, dei nostri possibili errori interpretativi e delle varie propagande in gioco, la regione sembra davvero avviata su un percorso trasformativo importante. Gli analisti e i reporter della squadra di Transition Protocol vantano fonti, a loro dire, esclusive ed interne al processo diplomatico di Islamabad. Da loro abbiamo, proprio nelle ore in cui questo pezzo viene redatto, appreso alcune notizie interessanti, anche se non tutte confermate. Le riportiamo qui, lasciando al lettore di metterle a sistema come meglio crede con quanto esposto sinora.
A quanto pare c’è stata una seconda chiamata, dopo quella di inizio Agosto, dal principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman a Trump. Se, nella prima chiamata, MBS aveva premuto su Trump perché rinunciasse all’attacco annunciato contro l’Iran quel fine settimana, conscio della devastazione che la rappresaglia iraniana avrebbe portato sul suo paese e la sua infrastruttura petrolifera, stavolta il messaggio sarebbe salito di una nota: niente uso dello spazio aereo, del territorio o dell’infrastruttura saudita per nessun attacco contro nessuno. Se sia vero, ed in questi termini, o no, non possiamo ancora saperlo con certezza, ma di certo la presa americana sulla regione è già cambiata.
E a proposito di monarchi del Golfo, l’altro scoop di TP è ancora più forte: Mohammad Bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ovvero la più sionista ed integrata nella guerra all’Iran delle monarchie del Golfo, avrebbe appena inviato a Tehran aerei della propria famiglia reale con a bordo tre miliardi di dollari in contanti e due tonnellate di oro (!) come segno di buona volontà per ristabilire rapporti amichevoli con l’Iran. Più che di un regalo o di una bustarella, è probabile che si tratti della compensazione per una parte dei valori iraniani “congelati” negli Emirati a causa delle sanzioni prima e della guerra poi. Ciò nondimeno, il gesto è significativo.
Domanda: è un’iniziativa emiratina a fronte di un paesaggio che cambia o un’azione americana per interposto emissario, volta a sfruttare l’ultima finestra per riportare in vita i colloqui di Islamabad? In entrambi i casi, presto potremmo saperlo, dal momento che una corposa delegazione iraniana, comprendente il ministro degli esteri Araghchi e il portavoce del Majlis (parlamento iraniano) Ghalibaf, è attesa proprio a Islamabad, pare entro la prossima settimana. Ad ogni modo, lo staff di TP dà questa notizia sul carico di oro e valuta dagli Emirati come verificata e sicura.
Sempre secondo gli stessi reporters e le loro fonti pakistane, sembra che il terminale statunitense della trattativa/non-trattativa non sia né Trump né i suoi inviati speciali Kushner e Witkoff, lasciamo perdere il patetico pro console imperiale Marcus Flavus (Marco Rubio), ma il vice presidente Vance e il suo staff. Lo stesso Vance che, durante Islamabad 1.0, era stato messo da parte da Witkoff, Kushner e da Netanyahu, infilato direttamente nella trattativa via telefono dai due Cip e Ciop sionisti. Anche qui: gioco delle parti per pescare nel torbido perseguendo la guerra infinita ai corridoi dell’energia, o reali crepe e scricchiolii nel potere politico americano? Di nuovo, i fatti parleranno.
Certo è che l’Iran, a questo punto, proprio non sembra incline a farsi incantare dalla prossima favoletta sulle buone intenzioni. Si baserà su fatti concreti, riconducibili, ancora una volta, al Memorandum di Intesa. E tanto per far capire che non scherza e che ha varie opzioni a disposizione, l’Iran ha appena fatto sapere che, se attaccato, potrà tagliare i cavi sottomarini che forniscono la connessione web non solo alla regione, ma anche a Europa e parte degli Stati Uniti. I danni causati da un attacco del genere all’economia occidentale e globale sono praticamente incalcolabili.
Naturalmente, se tutta la ristrutturazione regionale che stiamo trattando è reale, non c’è dubbio che Israele sia livido di rabbia e di paura nel vedere tutto questo e farà qualunque cosa per far saltare il banco. Ribadiamo il concetto: qualunque cosa. Il che spiegherebbe anche, tra le altre cose, la voluta ambiguità e relativa segretezza che viene tenuta praticamente da tutti intorno al gioco diplomatico in corso.
Chi scrive non crede affatto alla storia degli Stati Uniti in cerca di pace che litigano con Israele in cerca di guerra, ritenendo entrambi gli stati due facce della stessa medaglia e avendo presente la presa che Israele e lobbies sioniste hanno sulle istituzioni degli USA. Ma i tempi sono particolari e il potere americano non è un monolite, conserviamo dunque il beneficio del dubbio. Presto avremo riscontri.
Ultima rivelazione, non confermata e difficilmente confermabile, la RPDC (Corea del Nord) avrebbe trasferito all’Iran, tramite i Cinesi e i Pakistani, missili con gittata aumentata per permettere all’Iran di colpire gli Americani molto più lontano se questi tornano alla carica. La mente corre alla base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano...oppure oltre? Che quest’ultima notizia sia vera o no, tra il proprio arsenale missilistico e di droni, le tecnologie satellitari cinesi e i sistemi di guerra elettronica russi, senza contare i motoscafi leggeri con armi pesanti e i sottomarini d’attacco, gli Iraniani si sono rivelati militarmente un osso troppo duro per i denti dell’Impero e ciò a cui assistiamo al momento sembra decisamente un prodotto di questa realtà.
Se anche la strategia imperiale è quella della guerra infinita per dare fuoco al mondo, questa mostra ogni giorno sempre più buchi. In particolar modo se non sono solo i nemici di essa a coordinarsi tra loro, ma i vassalli imperiali stessi a ribellarvisi.
Una domanda su tutte, per concludere: cosa terrà in vita il mastodontico debito americano, ora che il petrodollaro sta comunque venendo meno tra Hormuz e il Mar Rosso? Gli avversari dell’Impero dovranno correre ad attutirne la caduta, per evitare che crollando troppo in fretta distrugga il mondo intero? Occhi puntati anche su cosa succede con le riserve strategiche di petrolio solforoso negli Stati Uniti, che ormai pare siano sotto i livelli di guardia.
Nel frattempo, è soltanto un altro giorno in Asia occidentale...oppure no?