La violenza dei dominanti e la rivolta dei dannati
Dalla forza delle armi alla manipolazione delle menti: perché la risposta degli oppressi non può essere liquidata come barbarie
di Luigi Scotto, ex ambasciatore d'Italia in Tanzania
La violenza è compagna fedele della storia politica, non un incidente di percorso: fisica nella guerra e nella repressione, coercitiva nella minaccia, simbolica nella manipolazione delle coscienze. Da Hegel a Marx, fino a Sorel, la filosofia si è chiesta se la forza possa farsi motore di trasformazione oltre che strumento di conservazione. Il Novecento ha risposto: la violenza non è vizio dei rivoluzionari, è prima di tutto l'arnese quotidiano di chi il potere già ce l'ha e non ha intenzione di lasciarlo.
Nel nostro secolo è cresciuta una violenza più subdola, che non spezza le ossa ma piega le teste. I social hanno moltiplicato le occasioni di informarsi — peccato che informarsi non significhi capire. La vecchia propaganda cercava di convincere; gli algoritmi scelgono per noi cosa vedere, confermano ciò che già crediamo, cancellano ciò che lo contraddice. Non è un caso che l'Occidente condanni con facilità la violenza che spara e con distrazione quella che manipola: a chi vive a Roma si ruba la capacità di giudicare; a chi vive a Bamako o a Gaza si ruba la terra, l'acqua, il futuro dei figli, lasciandogli solo la scelta fra il silenzio e la rivolta.
E i dannati della terra? Qui la violenza smette di essere teoria e diventa carne viva: quella di chi non possiede ricchezza, istruzione, né gli strumenti minimi per cambiare la propria condizione. Possiamo giudicare la violenza dei dominati con lo stesso metro di quella dei dominanti? Io credo di no. Il problema riguarda l'Africa in modo particolare — dove immense ricchezze convivono, per un crimine con nome e cognome, con una povertà da fare vergogna — ma riguarda un mondo intero in cui la ricchezza sale mentre milioni restano fuori dalla porta.
Quando a un popolo si tolgono sopravvivenza, istruzione, rappresentanza e voce, quali strumenti gli restano per contestare l'ordine che lo schiaccia? La rivolta violenta dei dannati della terra non è barbarie: è spesso l'unica lingua rimasta a chi ogni altra strada se l'è vista sbarrare da chi quella strada l'aveva già percorsa tutta, da solo. Capirla non vuol dire benedirla — il sangue versato resta sempre una sconfitta dell'umano — ma riconoscere la violenza strutturale che a quella condizione li ha ridotti, una violenza che non fa notizia perché non spara, ma affama.
Ed è qui che casca l'asino: si condanna la violenza dal basso con gli indici puntati, mentre quella degli Stati viene presentata come necessaria, legittima, inevitabile — come se il monopolio della forza rendesse automaticamente giusto chi se lo intesta. Ma uno Stato può bombardare, reprimere, uccidere civili, e lo fa ancora oggi: a Gaza le Nazioni Unite continuano a documentare vittime civili e distruzione causate da attacchi israeliani. Quando un esercito enormemente più forte bombarda un popolo che non ha altro che pietre o razzi artigianali, chiamare "terrorismo" ogni risposta significa aver già scelto da che parte stare.
Come ha scritto Massimo Fini sulle guerre in Iraq e Afghanistan, non si può confondere automaticamente la guerriglia contro un'occupazione con il terrorismo internazionale: quando la sproporzione degli armamenti è enorme, quella distinzione non la si liquida con le etichette di comodo di chi il potere già ce l'ha. Questo non significa assolvere gli attacchi contro i civili — cosa che, va detto con la stessa franchezza, gli Stati fanno molto più spesso, e con armi molto più efficaci. Significa rifiutarsi di guardare da una parte sola.
Il problema non è stabilire in astratto se una violenza sia giusta o sbagliata, come fanno i professori dalle cattedre riscaldate. È capire quale violenza venga prima, e quali condizioni rendano possibile — a volte necessaria — quella che viene dopo. La vera sfida è riconoscerla anche quando indossa il doppiopetto invece del passamontagna.
E poi c'è la beffa più grande: la democrazia spedita per posta come un pacco dono, firmato Washington o Bruxelles, come se significasse la stessa cosa a Oslo e a Ouagadougou — come se un concetto nato nelle assemblee greche potesse essere paracadutato di peso su storie che con quella storia non hanno nulla da spartire. La verità, più sporca, è che si esporta ciò che serve — basi militari, materie prime, debiti da restituire per generazioni — e lo si chiama democrazia per mettersi in pace la coscienza. I popoli non hanno bisogno delle nostre lezioni di civiltà: hanno bisogno di essere lasciati liberi di decidere da soli cosa fare della propria terra. E quando quella libertà gliela si nega con la forza, non ci si può stracciare le vesti se la forza resta l'unica lingua rimasta per rispondere.
La libertà non consiste solo nel non essere colpiti da un'arma, ma nel disporre delle condizioni materiali e culturali per costruire da sé la propria esistenza. Senza una distribuzione più giusta della ricchezza del mondo, la pace rischia di restare una tregua imposta ai più deboli, in attesa del prossimo giro. La vera alternativa alla violenza non è chiedere agli esclusi di deporre le armi e stare buoni: è cambiare le condizioni che a quelle armi li hanno costretti.