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Il voto che terrorizza la NATO: referendum neutralità Svizzera

8 settembre 2026

Gli elvetici sfidano l'asse atlantico: no a sanzioni e guerra, il referendum che i media occidentali vogliono nascondere

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di David Colantoni

Mancano appena venti giorni al voto con cui il popolo elvetico deciderà se blindare la propria neutralità armata e totale ponendo fine anche all'uso dei regimi sanzionatori, veri e propri ordigni bellici camuffati da strumenti economici. Nel silenzio programmato dei media dominanti, ecco il diario di una convergenza analitica che travalica i confini.

1. Una coincidenza che toglie il fiato: la notizia nella notte

Ci sono coincidenze che non sono semplici dettagli. Stanotte, Padre Mauro Marmanino — missionario con trent’anni di Africa e cinque di Sudamerica alle spalle, firma di un blog su Il Fatto Quotidiano e mio caro amico di penna da quando mi scrisse per dirmi che mi aveva scoperto grazie a Teoria della Classe Armata - l’Età del Potere Militare —, subito dopo aver letto il mio articolo sul referendum svizzero, mi ha inviato una segnalazione folgorante: l'ultimo numero (il N° 562, uscito proprio ieri) di Antipresse, una importante rivista indipendente elvetico-francofona diretta dallo scrittore serbo-svizzero Slobodan Despot.

Aperto il documento, la sorpresa è stata totale. Nello stesso identico giorno in cui pubblicavo sul Giornale d’Italia la mia analisi sul referendum del 27 settembre, denunciando la cappa di silenzio che avvolge il voto sulla neutralità integrale, su Antipresse usciva un articolo firmato da Diego Bischof dal titolo La neutralità, un lusso?

Senza esserci parlati, a migliaia di chilometri di distanza (io sono a Mosca) e su testate diverse, avevamo messo a fuoco la stessa identica realtà. La convergenza tra il mio testo e quello della rivista svizzera non è un caso: è semplicemente la prova che, al di sotto della cortina di disinformazione allestita dai grandi media, la dinamica reale dello scontro in atto è chiaramente decodificabile per chiunque utilizzi le categorie corrette.

2. L'analisi elvetica: cosa sostiene l'articolo di Diego Bischof

Per comprendere la portata di questa convergenza occorre entrare velocemente nel merito dell'analisi pubblicata su Antipresse. È importante anche ricordare chi sia Diego Bischof: non un teorico astratto, ma un giurista del Foro di Vaud ed ex magistrato, figura dell'intellighenzia critica elvetica. Bischof rappresenta l'anima giuridica di Antipresse, un autore che impiega la rigorosa tecnica del diritto per smontare i meccanismi legali, ideologici e istituzionali dell'establishment sovranazionale e la loro ingerenza sulle sovranità nazionali e le libertà individuali. Nel suo articolo, Diego Bischof smonta la retorica ufficiale che accompagna il progressivo abbandono della neutralità svizzera, analizzando i meccanismi giuridici ed economici attraverso cui Berna ha smantellato il proprio status internazionale.

L'autore evidenzia come l'allineamento automatico della Confederazione ai pacchetti sanzionatori dell'Unione Europea veicolato attraverso l'applicazione distorta della Legge federale sull'applicazione di sanzioni internazionali (Legge sugli embarghi) e l'uso arbitrario dei poteri d'emergenza del Consiglio federale ex art. 185 della Costituzione costituisca un vero e proprio strappo al diritto costituzionale elvetico. Bischof chiarisce che le sanzioni e la confisca o congelamento dei beni sovrani non sono affatto "misure morali di pace" o "sanzioni amministrativo-neutrali", bensì vere e proprie armi di coercizione economica e di guerra finanziaria asimmetrica. Applicarle significa violare apertamente i principi regolatori sanciti dalla Convenzione dell'Aja del 1907 sul diritto di neutralità, annullando la funzione storica della Svizzera quale spazio terzo, arbitro creditizio ed emporio giuridico protetto.

L'articolo mette a nudo l'ipocrisia delle élite bernesi, che tentano di far passare la rinuncia alla neutralità totale come un presunto "dovere valoriale" verso l'ordine liberale, laddove si tratta invece di una formale capitolazione di fronte al diktat geostrategico dell'asse atlantico.

L'amico ed imprenditore Franco Marinotti giusto ieri dalla Svizzera dove vive, mi segnalava come alcune frasi usate in questi giorni da questa retorica da parte del fronte del NO all'iniziativa sulla neutralità siano completamente prive di senso: "rischia di irrigidire eccessivamente il principio della neutralità"; "limiterebbe la capacità della Svizzera di rispondere a un contesto internazionale in continua evoluzione"; “crediamo in una neutralità credibile e pragmatica, capace di affrontare le sfide del nostro tempo”.

Bischof riafferma che la neutralità permanente, armata e integrale non è un "lusso" da belle époque di cui privarsi nei momenti di crisi — o un mero espediente commerciale per tempi di pace —, bensì l'unica garanzia istituzionale per preservare la sovranità nazionale e impedire che il Paese venga trascinato nelle guerre d'attrito tra blocchi opponenti.

L'analisi di Bischof converge così in modo importante con la cornice teorica della Teoria della Classe Armata: dimostra nei fatti, in una convergenza concreta, come l'assoggettamento della Svizzera alla logica sanzionatoria sia il risultato diretto della pressione esercitata dal potere militare della neo Classe Armata — ossia gli apparati bellico-statali professionalizzati e la galassia delle loro burocrazie clientelari e ausiliarie civili e finanziarie, ciò che nel dibattito pubblico non iniziato alla Teoria della Classe Armata ancora si identifica fumosamente come deep state —, e come tale logica sia funzionale a smantellare qualsiasi perimetro di autonomia giuridica, bancaria e diplomatica che ostacoli la riproduzione dello stato d'emergenza permanente necessario alla soddisfazione parassitaria dei propri bisogni. Nel mio libro già sottolineavo come il paradigma Svizzera sia da tempo sottoposto a tensioni e torsioni sempre più forti volte proprio a smantellarne l'architettura del primato del potere civile sulla istituzione militare che deve esserne il mero strumento e invece si è fatta potere.

3. L'arma sanzionatoria e l'illusione della neutralità "a geometria variabile"

La sintesi di Bischof si sposa perfettamente con la riflessione che ho proposto su Il Giornale d'Italia. Entrambi gli articoli partono infatti dalla medesima premessa: l'imposizione delle sanzioni economiche e il congelamento degli asset sovrani non rappresentano un'alternativa diplomatica al conflitto, ma la sua prosecuzione con strumenti finanziari e giuridici in quel ribaltamento del paradigma di Von Clausewitz che teorizzo nel mio libro e di cui Jeffrey D. Sachs, nella sua prefazione, ha scritto essere uno degli insight più calzanti, ovvero della politica come prosecuzione della guerra al posto della guerra come mezzo della politica.
La mia analisi e quella di Antipresse dimostrano come la presunta "neutralità valoriale" sventolata dalle burocrazie di Berna e Zurigo sia una finzione ideologica per mascherare la sottomissione ai diktat di Washington-Pentagono e di Bruxelles-Ausiliaria del Pentagono.

È la prova concreta della tesi centrale del mio lavoro teorico: lo scontro in atto che definisco una lotta di classe asimmetrica perché non dichiarata dalla Classe Armata e non compresa dalla Borghesia imprenditoriale e dalle classi lavoratrici — ovvero uno scontro di interessi tra la ratio mercantile della borghesia tradizionale interessata alla certezza del diritto, al commercio e alla stabilità dei mercati, come emerso nelle forti resistenze della banca belga Euroclear sul sequestro dei 185 miliardi di asset russi — e la ratio parassitaria della Classe Armata. Quest'ultima, ormai del tutto svincolata dal controllo civile ed entrata in una spirale di autodifesa sistemica dei propri interessi di classe, non tollera la presenza di spazi giuridici terzi o non allineati. Per il potere militare transnazionale, la neutralità è un'eresia che va eliminata, e soprattutto quella della Federazione Elvetica che rappresenta una clamorosa alternativa di successo alla militarizzazione delle nostre società che, grazie all'oscuramento di ogni altro modello, si vorrebbe far passare come storicamente necessaria.

4. La spaccatura di frontiera e il cortocircuito dell'umanitarismo

Un altro punto di straordinaria convergenza riguarda l'esame delle forze sociali e territoriali. Nel panorama elvetico emerge una frattura netta: da un lato i centri finanziari e burocratici del nord, ormai pienamente ausiliari al potere militare del blocco atlantico; dall'altro, in senso lato, le periferie, in primis il Canton Ticino, che esprimono una solida resistenza popolare a difesa della neutralità assoluta.

Nel mio articolo riflettevo su come il Canton Ticino, italiofono, viva di una potente osmosi culturale con l'opinione pubblica italiana, storicamente fra le più contrarie in Europa all'escalation militare e all'invio di armi. Per piegare questa resistenza diffusa, i cittadini europei vengono sottoposti a una vera e propria attività di reclutamento ideologico forzato per costringerli ad accettare lo stato di guerra permanente, e proprio parlando di Svizzera, en passant, occorre qui ricordare al cittadino-lettore come il regime sanzionatorio extragiudiziale ormai colpisca indistintamente tanto gli Stati quanto le persone, come illustra magnificamente il caso del colonnello Baud di cui ho recentemente trattato in un lungo articolo su Capibara.

Questa dinamica spiega anche il comportamento delle grandi ONG occidentali. L'appello aperto e scandaloso di Amnesty International a votare NO al referendum svizzero rivela la totale cooptazione dell'apparato "umanitario" nella macchina ideologica della Classe Armata. È la medesima logica a geometria variabile denunciata nel mio pezzo: la mobilitazione di massa per i dissidenti utili all'agenda atlantica come Naval'nyi, contrapposta al silenzio assoluto e alla cancellazione storiografica del martirio e della tortura subiti dal reporter Gonzalo Lira nelle carceri ucraine — di cui persino sul motore di ricerca del sito di Amnesty non vi è la minima traccia.

5. Il disincanto dell'elettore elvetico e il valore politico del simbolo

C'è un'obiezione che si sente spesso ripetere nei caffè di Berna o di Lugano, come mi dicono i molti amici in Svizzera che ho interpellato, un disincanto tipico dell'elettore elvetico medio: "In ogni caso non cambierà nulla". Molti cittadini sono infatti convinti che, indipendentemente dall'esito dell'urna, gli apparati burocratici e il Consiglio Federale troveranno sempre il modo di neutralizzare il mandato popolare. Si fa notare come il Governo possa fare ricorso ai poteri di emergenza previsti dall'articolo 185 della Costituzione per scavalcare i vincoli legislativi in nome della "sicurezza nazionale", oppure come il Parlamento possa "annacquare" la legge d'applicazione della volontà popolare, esattamente come avvenne nel 2014 con il referendum contro l'immigrazione di massa.

Tuttavia, fermarsi a questa lettura tecnocratica significa ignorare che la politica vive soprattutto di simboli e di rapporti di forza. Se è vero che gli apparati cercheranno di cavillare sulle norme attuative, è altrettanto vero che la vittoria del SÌ o del NO produrrebbe due scenari politici radicalmente divergenti:

In caso di vittoria del NO, la neo Classe Armata e i vertici comunitari otterrebbero il sigillo definitivo di legittimazione popolare per integrare la Svizzera nell'architettura sanzionatoria e militare della NATO e dell'UE, chiudendo per sempre la parentesi storica della neutralità.

In caso di vittoria del SÌ, anche di fronte alle future manovre elusive di Berna, si creerebbe un fatto politico di portata sovranazionale enorme. Per la prima volta, un popolo sovrano nel cuore dell'Europa avrebbe bocciato formalmente la logica dello stato di guerra e dei blocchi contrapposti.

Questa vittoria popolare diventerebbe una clava simbolica e politica liberamente spendibile dai movimenti di resistenza alla militarizzazione dell'esistente e dell'economia di tutta Europa: la dimostrazione vivente che sottrarsi al ricatto dell'arruolamento coatto e della guerra economica è una scelta praticabile e desiderata dai cittadini.

6. Il cigno nero all’orizzonte degli eventi

Fino a questo momento, la Svizzera, rispetto alla questione di questo referendum, è rimasta sostanzialmente abbandonata a se stessa dal dibattito politico e mediatico europeo: una periferia concettuale lasciata ai margini dei riflettori continentali, dove le proiezioni mainstream dipingevano uno scenario quasi segnato. I sondaggi accreditavano al fronte del "NO" all'Iniziativa sulla Neutralità Integrale un margine di vantaggio rassicurante, confortato da un imponente sbarramento istituzionale: Governo federale, partiti del blocco centrale, grandi organizzazioni sovranazionali e persino Ong storiche come Amnesty International compatti a difesa della linea sanzionatoria e dell'integrazione nell'architettura di sicurezza occidentale.

Eppure, proprio nel silenzio con cui l'Europa ha ignorato il laboratorio elvetico, le scosse di terremoto politico registrate oltre confine — a partire dal risultato netto in Sassonia, dove l'elettorato ha premiato compagini la cui struttura e argomentazione geopolitica ricordano in maniera speculare, sebbene in forma moderata, l’alleanza elvetica tra UDC, sinistra pacifista e movimenti alter-mondialisti — potrebbero rappresentare il fattore d'innesco di una clamorosa sorpresa alle urne.

L'ipotesi di un vero e proprio "cigno nero" elettorale si fonda sulla rottura della spirale del silenzio: quando le posizioni di critica all'allineamento atlantico e allo stato di guerra permanente dimostrano di essere maggioranza reale nelle vicine periferie europee, cade la barriera psicologica dell'elettore elvetico indeciso o taciturno. Nel segreto e nella riservatezza della cabina elettorale — o nella solitudine della scheda inviata per corrispondenza —, l'elettore sfugge alle direttive del monolite mediatico-istituzionale.
Se i centri direzionali e finanziari di Berna e Zurigo hanno sposato, per sottomissione conveniente al potere militare atlantico, la retorica del "dovere valoriale" e della cooperazione multilaterale, la Svizzera profonda, i cantoni di frontiera come il Ticino e le ampie fasce popolari potrebbero scegliere di riaffermare con forza la neutralità integrale e permanente come unico scudo costituzionale contro l'arruolamento pilotato nelle guerre d'attrito globali.

Se questa convergenza trasversale dovesse concretizzarsi nelle urne, come ora sembra meno impossibile, il referendum sulla neutralità non rappresenterebbe solo la bocciatura della linea del Consiglio federale, ma la dimostrazione visibile che il modello della "neo classe armata" inizia a perdere colpi e la sua presa sul corpo elettorale europeo; ciò dal mio punto di vista sarebbe il principio visibile di simmetrizzazione della lotta di classe asimmetrica fra Classe Armata parassitaria da una parte e Borghesia produttiva con la Classe Lavoratrice dall'altra di cui parlo nel mio libro.

7. Rompere il muro del silenzio: un appello europeo

Il motivo per cui i grandi media occidentali — in quanto macchina propagandistica dell'apparato del potere militare e della frazione militarizzata del capitalismo — applicano una vera e propria censura per omissione d'informazione sul referendum elvetico (cercando di addormentare l'attenzione dei cittadini prima ancora che possa nascere un dibattito, mentre in Svizzera manipolano l'opinione pubblica per decretare la sconfitta del SÌ) è proprio questo: il terrore del contagio politico.

Se tra venti giorni il popolo svizzero sceglierà di blindare in Costituzione il divieto assoluto di aderire a sanzioni e blocchi economici, si aprirà una faglia profonda nel muro del bellicismo europeo. Si dimostrerà alle opinioni pubbliche di tutto il continente che la neutralità rappresenta l'ultimo vero presidio della politica civile contro la deriva militare. Contro questa possibilità sono in moto in modalità silenziata tutte le forze di soft power, di cui il grande silenzio della stampa europea è una plateale segnalazione.
Grazie alla segnalazione di Padre Mauro e al confronto della mia lettura con l'analisi di Antipresse, e in attesa che questi impulsi possano svegliare altre e più importanti voci (per esempio quella di Elena Basile su Il Fatto Quotidiano, alla quale ho parlato di tutto ciò), abbiamo oggi un quadro chiaro e confermato. Il referendum svizzero non è un fatto locale: è una delle grandi battaglie di resistenza politica per il futuro dell'Europa intera.

Abbiamo il dovere di diffondere questi contenuti, unire le forze e rompere il muro del silenzio per dare coraggio e forza politica a chi in Svizzera sta tentando di fare l'impossibile.

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SCHEDA INFORMATIVA: INIZIATIVA POPOLARE SULLA NEUTRALITÀ TOTALE IN SVIZZERA


1. Che cos'è e di cosa si tratta

L'«Iniziativa sulla neutralità» è una proposta di modifica della Costituzione federale che mira a definire in modo rigido e stringente il principio di neutralità della Svizzera, introducendo il concetto di neutralità totale (o integrale). Nata in risposta alla decisione del Governo svizzero di allinearsi alle sanzioni dell'Unione Europea contro la Russia, l'iniziativa richiede che la Confederazione Elvetica:

  • Istituisca per Costituzione una neutralità permanente e armata.
  • Non partecipi ad alcun conflitto militare tra Stati terzi.
  • Eviti misure coercitive non militari (come le sanzioni economiche) nei confronti degli Stati belligeranti.
  • Ammetta eccezioni esclusivamente per le sanzioni adottate dall'ONU o per quelle necessarie a impedire l'elusione di sanzioni internazionali.
  • Rifiuti l'adesione ad alleanze militari o difensive (inclusa la NATO), salvo il caso di un attacco militare diretto contro il territorio svizzero.
  • Impieghi la neutralità unicamente per svolgere la funzione di mediatrice di pace e offrire i propri "buoni uffici".

2. Chi sostiene l'iniziativa (il fronte del SÌ)

Il comitato promotore fa capo all'organizzazione sovranista Pro Svizzera (guidata tra gli altri dall'ex consigliere federale Christoph Blocher) ed è sostenuto da:

  • UDC / SVP (Unione Democratica di Centro): il principale partito della destra svizzera.
  • Ambienti pacifisti e di sinistra alter-mondialista: tra cui il Partito Svizzero del Lavoro e diversi comitati per la pace.


Le argomentazioni a favore:
  • Protezione e sicurezza: una neutralità inflessibile proteggerebbe la Svizzera dal rischio di essere coinvolta in conflitti internazionali.
  • Credibilità internazionale: l'applicazione di sanzioni economiche danneggerebbe la reputazione del Paese come mediatore neutrale.
  • Sovranità nazionale: eviterebbe l'adeguamento automatico alle direttive di politica estera dell'Unione Europea o della NATO.

3. Chi si oppone all'iniziativa (il fronte del NO)

Il fronte contrario all'iniziativa raccoglie la quasi totalità dello spettro politico e istituzionale elvetico:

  • Il Consiglio Federale (il Governo svizzero) e la maggioranza del Parlamento federale.
  • PLR / I Liberali Radicali (destra liberale).
  • Il Centro (ex PPD / Partito Popolare Democratico).
  • PS (Partito Socialista - sinistra).
  • I Verdi e i Verdi Liberali.
  • Organizzazioni per i diritti umani e le principali associazioni economiche di categoria.

Le argomentazioni dei contrari:

  • Rigidità e isolamento: la riforma priverebbe il Governo del margine di manovra necessario per rispondere efficacemente alle crisi geopolitiche.
  • Danno di reputazione: l'impossibilità di sanzionare uno Stato aggressore rischierebbe di far apparire la Svizzera come complice indiretta di chi viola il diritto internazionale.
  • Compromissione della sicurezza: limiterebbe la cooperazione tecnica e di intelligence con la NATO e i Paesi confinanti per la difesa preventiva del territorio.
  • Ripercussioni economiche: il Paese rischierebbe di trasformarsi in una piattaforma logistica per l'elusione delle sanzioni internazionali e la copertura finanziaria di oligarchi o regimi autoritari.