Yemen: gli Houthi e le radici del conflitto
Alla ricerca di un motivo per esistere
Dalla Primavera Araba del 2011 al controllo di Bab-el-Mandeb: come una guerra civile è diventata uno scontro globale
È il 2011. La Primavera Araba scuote gran parte del mondo musulmano, incluso lo Yemen. I manifestanti spingono per le dimissioni del presidente 'Ali 'Abd Allah Saleh, in carica dal maggio 1990. Su iniziativa dell’Arabia Saudita il Consiglio di Cooperazione per il Golfo (GCC), che riunisce tutti i paesi della penisola arabica, convince il presidente Saleh a dimettersi pacificamente per lasciare il posto al suo vice ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, a cui viene affidata la realizzazione della nuova costituzione yemenita.
Tuttavia l’accordo genera notevole malcontento fra i manifestanti, soprattutto perché garantisce immunità giudiziaria a Saleh in cambio del suo supporto alla transizione. Una parte politica riesce ad interpretare questo sentimento di frustrazione popolare: gli Houthi. Gli Houthi sono un movimento di fede sciita nato nel 1992, schierato su forti posizioni anti-imperialiste e anti-occidentali, parte del cosiddetto “Asse di Resistenza”, la rete di gruppi e movimenti armati guidati dall’Iran, accomunati su posizioni anti-statunitensi ed anti-israeliane, che include al suo interno Hamas e Hezbollah. Nel 2011, rifiutando l’esito dell’iniziativa del GCC, gli Houthi approfittano del caos istituzionale e politico in cui versa il paese per consolidare il controllo su gran parte della regione nord-occidentale dello Yemen. Nell’ottobre del 2011 si accendono scontri regionali fra gli Houthi e i gruppi salafiti(gruppo estremista all’interno della setta sunnita), che accusano i primi di apostasia. Di conseguenza gli Houthi pongono l’assedio alla città di Dammaj, sede della Dar Al-Hadith, importante centro di culto dei salafiti; la lotta si estende fino al gennaio 2014, quando grazie all’intermediazione del governo centrale viene firmato un cessate-il-fuoco che porta all’evacuazione di tutti i guerrieri salafiti e alla distruzione della Dar Al-Hadith.
Per tentare di arginare l’espandersi del conflitto, il GCC, sotto egida delle Nazioni Unite, lancia una conferenza, volta ad includere una larga parte delle forze sociali e politiche del paese, nota come Conferenza Nazionale del Dialogo, con lo scopo di trasformare lo Yemen in un paese federale. Tuttavia gli Houthi rifiutano gli esiti dell’accordo, inasprendo i conflitti a livello nazionale. Nel frattempo il conflitto fra gli Houthi e le tribù sunnite si estende anche al governatorato di Sana’a, la capitale, entro la metà del 2014. Sfruttando la generale disorganizzazione dell’esercito lealista, in soli 5 giorni di battaglia i combattenti Houthi riescono a prendere il controllo della capitale, costringendo il presidente Hadi a firmare un accordo che consente alla fazione sciita di scegliere il premier della nazione. La frattura sembra sanata. Tuttavia nel gennaio del 2015 gli Houthi attuano un colpo di stato e occupano il palazzo presidenziale, costringendo il presidente Hadi a scappare dalla città e a rifugiarsi ad Aden, che diviene la capitale de facto dello Yemen da quel momento in avanti. Al posto del Parlamento gli Houthi formano il Comitato Rivoluzionario Supremo per governare il paese. Nel marzo 2015, su spinta di Hadi, una coalizione a guida saudita - che ha il supporto logistico e di intelligence degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia - interviene per arginare l’avanzata delle forze secessioniste e restaurare il governo riconosciuto internazionalmente. Il sostegno dell’alleanza si concretizza in migliaia di attacchi aerei contro le postazioni Houthi, a cui quest’ultimi reagiscono iniziando a colpire obiettivi in profondità in Arabia Saudita grazie anche al supporto tecnico dell’Iran. A sostegno degli Houthi si schierano anche le forze fedeli all’ex-presidente Saleh. Egli infatti scommette sull’avanzata delle forze sciite e sulla contemporanea vittoria delle forze della coalizione con la speranza che una volta riconquistata la capitale la coalizione stessa lo avrebbe restaurato come presidente.
A partire dal 2017 il fronte si stabilizza su alcune linee statiche, senza quindi significative avanzate da parte di entrambi gli schieramenti. Tuttavia nel 2017 entra in scena un nuovo player, il Consiglio di Transizione del Sud (STC), che arriva a controllare larghe aree nel sud-ovest del paese, inclusa la capitale Aden. Nel 2019, grazie all’intermediazione dell’Arabia Saudita, l’STC è inclusa nel governo riconosciuto a livello internazionale; tuttavia i rapporti con Hadi rimangono tesi. Nel 2018 gli scontri si concentrano prevalentemente attorno alla città di Hodeidah. La città resiste all’assedio e viene fatto firmare un cessate-il-fuoco anche se gli scontri continuano in altre aree del paese, soprattutto attorno alla città di Taiz, la terza per grandezza a livello nazionale, e nel febbraio del 2021 nella città di Marib.
Il conflitto in questi anni si è trasformato nella più grande crisi umanitaria a livello globale. Le Nazioni Unite stimano che circa il 60% delle perdite complessive in Yemen (377.000 vittime) fra il 2015 e il 2022 sono state il risultato di cause indirette come insicurezza alimentare o mancanza di servizi sanitari adeguati. Inoltre due terzi della popolazione yemenita sono in condizioni tali da richiedere assistenza estrema. Alle condizioni umanitarie critiche si aggiunge anche una forte crisi economica, generata dalla frammentazione territoriale, che ha portato ad una perdita di valore dello Riyal yemenita e del potere d’acquisto dei cittadini.
Il conflitto è rimasto a bassa intensità, con colloqui di pace fra gli Houthi e l’Arabia Saudita e l’Arabia Saudita e l’Iran nel 2023, focalizzati sulla riapertura dello spazio aereo controllato dagli Houthi e sul ritiro delle forze internazionali.
Il conflitto ha subito una nuova accelerazione in seguito all’attacco del 7 Ottobre 2023. Concependosi come parte dell’asse della resistenza, gli Houthi sono infatti intervenuti militarmente a fianco di Hamas, lanciando una potente offensiva per estendere le proprie posizioni sul Mar Rosso; obiettivo ultimo è il controllo integrale dello stretto di Bab-el-Mandeb, attraverso il quale passa il 15% del commercio globale. Parallelamente all’attacco terrestre gli Houthi hanno anche avviato attacchi con droni e missili contro navi commerciali nella zona dello stretto, scatenando la reazione statunitense e britannica.
Il conflitto yemenita non può più essere letto soltanto come una guerra civile tra gli Houthi e il governo riconosciuto internazionalmente. Esso è divenuto il punto d’incontro tra fratture interne - politiche, territoriali, tribali ed economiche - e la più ampia competizione regionale tra Arabia Saudita, Iran e attori internazionali. La crisi del Mar Rosso ha inoltre attribuito agli Houthi una rilevanza strategica che supera i confini yemeniti, collegando direttamente la stabilità del paese alla sicurezza delle rotte commerciali globali e al conflitto israelo-palestinese. Lo Yemen rimane quindi sospeso tra una pace incompiuta e il rischio di una nuova escalation: senza un accordo inclusivo che affronti tanto la distribuzione del potere quanto la ricostruzione economica e istituzionale del paese, ogni tregua rischia di rivelarsi soltanto temporanea.